sab 12 Ago 2017 - 3652 visite
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Il Pd perdona… l’Io no!

L’editoriale di Estense.com. Dal caso Codigoro ad “aiutiamoli a casa loro”

Ancora una volta siamo riusciti a cavalcare le cronache nazionali. O meglio le vignette umoristiche nazionali. La minaccia del sindaco Pd di aumentare le tasse a chi ospita migranti ha costretto a intervenire anche Renzi. Dopo qualche giorno di intemperie politiche, Alice Zanardi – di fronte allo spettro di dover riconsegnare la tessera del partito – ha fatto marcia indietro.

Mostrando scarsissima riconoscenza verso Forza Nuova che le aveva appena affibbiato la tessera ad honorem, la prima cittadina di Codigoro prima ha fantasticato di una “provocazione”, anche se scritta su carta intestata del Comune e affidata a un avviso pubblico. Poi, con un tuffo all’indietro con avvitamento degno della miglior Tania Cagnotto, ha confessato di essersi sbagliata: “no, non farò delle verifiche per vedere se aumentare eventualmente la tassazione”.

Musica per le orecchie del segretario ferrarese Vitellio, pronto a perdonare la pecorella smarrita e accoglierla nuovamente nel recinto del suo gregge.

Ma è poi stato così scandaloso vedere un esponente del Partito democratico assiso su posizioni di destra? Ricordiamoci cosa candidamente ha detto sempre la Zanardi in diretta tv. “Probabilmente ho sbagliato a scriverlo, ma anche Renzi ha detto ‘aiutiamoli, ma aiutiamoli a casa loro’”. Già.

“Aiutiamoli a casa loro” è la frase che una giornalista del “Fatto” ha riproposto pochi giorni fa a partecipanti e volontari della festa dell’Unità di Livorno, storica roccaforte della sinistra. Alla domanda sulla paternità dell’affermazione, pochi sono stati i dubbi: “lo ha detto Matteo, Matteo Salvini”.

Immaginate una frase di Berlinguer confusa con una di Almirante? O, chiedo venia per il paragone, una di Veltroni con una di Berlusconi? All’epoca dei due Matteo tutto è possibile. Ma non deve sorprendere. I germi c’erano già ed erano fecondi. Basta un breve ripasso di cronaca politica, sia locale che nazionale.

Ricordate Comacchio prima dell’avvento dei Cinque Stelle? L’uomo da battere era l’ex sindaco Pierotti. Pierotti, sostenuto dal Pd, si alleò anche con gli ex missini. A sostenerne la campagna elettorale arrivò l’allora segretario nazionale Bersani in persona. Il risultato? Gli iscritti stracciarono le tessere e il carneade Marco Fabbri vinse le elezioni.

Ma quello di Comacchio non fu semplice borbottar d’anguilla. Di lì a poco vedremo un altro sindaco Pd, Lorenzo Marchesini di Mesola, difendere una marcia non autorizzata di 400 persone per allontanare i nomadi dal proprio Comune. Assisteremo ai “dem” che entrano allegri e spensierati in giunta con il centrodestra di Toselli a Sant’Agostino o che concedono un recinto di fronte al duomo di Ferrara per ubbidire a un vescovo che immagina antelucani lupanari a cielo aperto di fronte al sagrato.

Gli esempi sono innumeri. Per brevità ricordo solo il consigliere comunale che vede nelle unioni gay lo spauracchio del terzo millennio, i suoi colleghi d’aula e di partito che appellano come “merde” e “fascisti” chi contesta un ministro, il giovane rampante dirigente che vede “nell’Anpi posizioni antisemite” e nella Cgil un “interlocutore poco serio e affidabile”.

D’altronde i riferimenti nobili a livello nazionale tracciano la rotta. Del buon Renzi, alias Matteo Salvini, abbiamo già detto. C’è il suo braccio destro, Debora Serracchiani – l’Amelie Poulain della politica – che aggrottando la fronte rifletté sul fatto che “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”. Roba da far passare la Zanardi per una principiante. Eppure non mi risulta che nessuno chiese le dimissioni. Anche perché di questo passo si rischiava di decimare il partito.

Basti pensare al ministro del lavoro Poletti, per il quale chi è andato all’estero “è bene che stia dove è andato, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. O alla ladylike Alessandra Moretti quando, da europarlamentare, insegnava regole di condotta per la buona politica in rosa: “essere belle, brave, intelligenti ed eleganti”.

Un po’ in contrasto con la visione di Paola Binetti, uscita da tempo dal Pd ma pienamente nei suoi ranghi quando considerò che era “meglio il cilicio dei tacchi a spillo”. Come dimenticarsi poi di Alessia Morani, oggi vicecapogruppo Pd alla Camera, secondo la quale “chi è a reddito zero, evidentemente, nella sua vita precedente non ha combinato granché”.

Risulterebbe difficile, quindi, scandalizzarsi ancora di fronte a tanto acume e amor di uguaglianza. Ma lo stupore, questo no, non ha diritto di ammissione nel Pd. E allora eccoci alle recenti glosse su migrazione e biberon. Parliamo del senatore Stefano Esposito e del suo concetto evangelico di traversata: “Alcune ong ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo”; e di Patrizia Prestipino, del dipartimento mamme: “Se uno vuole continuare la nostra razza, è chiaro che bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in italia”.
Per non farci annoiare, al momento c’è la giunta Pd di Cardinale, in provincia di Cosenza, che propone l’intitolazione di una via a Pino Rauti. La cerimonia è prevista per domenica 13 agosto. Siamo ancora in tempo a partecipare.

Tanto alla fine tutto viene perdonato e dimenticato. Ma di tutto rimane traccia. Mi si passi una grossolana invasione di campo nella psicanalisi. Immaginiamo questo partito come un’istanza psichica. L’essenza del Pd, l’Io del Pd (finalmente si capirà il titolo di quest’intervento che poco ha a che fare con il “Dio perdona… io no!” di Bud Spencer e Terence Hill), si trova ostaggio della perenne lotta tra il suo Es e il suo Super-Io.

Il Super-Io, in Freud, comprende i modelli sui quali si è formato il soggetto. I modelli del Pd, i suoi genitori, sono i grandi partiti del passato, direttamente discendenti dalle grandi ideologie del secolo scorso. L’Es è il luogo degli istinti primordiali, delle pulsioni, il luogo degli umori – si direbbe oggi – “di pancia”. Un Io debole, debole fin dalla sua nascita, ha permesso che l’Es avesse il sopravvento sul Super-io, la parte in grado di far prevalere gli aspetti formativi e i fondamenti etici.

La conseguenza diretta è un Io che perde le briglie, il controllo di quello che vorrebbe essere. L’Io del Pd finisce così per assomigliare sempre di più a un soggetto politico schiavo degli istinti primordiali, delle paure.

Le reazioni nell’Io sono diverse a seconda dei casi. Possono consistere nella rimozione, nella scissione, o anche nella proiezione. Nel Pd la scissione c’è stata da poco. La rimozione è fluente e quotidiana, basta leggere gli esempi sopra riportati. La proiezione è visibile, anche se pochi se ne sono accorti…

E quello che la luce proietta sul muro della storia recente è l’immagine di un Io che assomiglia sempre di più a un partito che guarda alla pancia degli elettori e non ai valori di un popolo. Un partito che potrebbe essere facilmente confuso con la Lega Nord. Così come i suoi elettori ormai non trovano differenze tra le parole di Renzi e quelle di Salvini.

E tutto questo l’Io-Pd, insegna il vate austriaco, è capace di farlo senza nemmeno provare il benché minimo senso di colpa.

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