Lun 14 Ott 2019 - 4939 visite
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Il ‘caso Zauli’ e il muro di gomma eretto da Unife

Anche il responsabile anticorruzione dell'Università nega l'accesso civico agli atti della Comissione etica richiesto da Estense.com

Giorgio Zauli

Un muro di gomma. Le richieste di trasparenza nel caso delle ricerche del rettore dell’Università di Ferrara, Giorgio Zauli si scontrano costantemente contro la barriera impenetrabile eretta dall’Ateneo.

Dopo il primo diniego totale opposto alla nostra richiesta di accesso civico generalizzato agli atti della Commissione Etica, quantomeno alla motivazione con la quale a gennaio era stato ‘assolto’ per assenza di dolo o colpa grave dalle accuse di aver violato il codice etico, un altro ‘no’ è arrivato anche dal Responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza, l’ingegner Giuseppe Galvan, che di Unife è anche direttore generale.

Tre sono i punti tramite i quali Galvan afferma la non conoscibilità totale di quegli atti.

Il primo è una novità nella vicenda. Per il responsabile anticorruzione, infatti, l’attività della Commissione sarebbe configurabile alla stregua di un procedimento disciplinare di un’amministrazione pubblica e in quanto tale andrebbe garantita una ancora maggiore tutela della privacy per i soggetti interessati. È un’argomentazione interessante, soprattutto se si tiene conto che la Commissione Etica non ha alcun potere disciplinare, al massimo segnala agli organi competenti – il rettore e il Senato accademico – le eventuali violazioni al codice etico riscontrate, che peraltro non necessariamente comportano sanzioni e non necessariamente rivestono carattere disciplinare (basta leggere l’articolo 61 dello statuto Unife). In questo caso ha esercitato le proprie funzioni consultive, attivata volontariamente dal diretto interessato.

Chiaramente non ci sfugge, e non ci è mai sfuggito, che i procedimenti della Commissione siano caratterizzati da una certa delicatezza che in generale richiede una tutela particolarmente attenta della privacy. Ma qui stiamo parlando di comportamenti pubblici: l’etica nella conduzione delle ricerche scientifiche è per sua natura una questione pubblica, non stiamo parlando di delicati rapporti tra privati. Ancor di più se pensiamo che la procedura è stata attivata su base volontaria – “per sensibilità e trasparenza nei confronti dello stesso Ateneo” – dallo stesso rettore.

Si chiede di sapere, banalmente, se gli ‘errori’ segnalati, se le presunte manipolazioni dei dati e dei grafici nelle pubblicazioni di Zauli (e dei sui gruppi di ricerca), siano stati considerate reali, se integrino o meno violazioni al codice etico di Unife e perché. Non vediamo, in tutta sincerità, dove possa inserirsi la tutela rafforzata della privacy. Segnaliamo qui che a tal proposito Unife ha richiesto un parere al Garante della Privacy che però non si è pronunciato nel termine dei 10 giorni previsti dalla legge.

Poco vale l’altro argomento usato da Galvan, sulla scorta del primo diniego, ovvero che l’ostensione anche solo parziale dei documenti sarebbe pregiudizievole per il buon andamento dell’amministrazione universitaria ferrarese per via dell’eco mediatica che la vicenda ha dal 2018, ovvero da quanto ha avuto inizio, e della “strumentalizzazione” che ne sarebbe stata fatta.

Affermazione che bisogna capire come si incastri con quanti affermato a qualche riga di distanza, e che ancor di più fa cadere l’equiparazione con le procedure disciplinari, dove il responsabile anticorruzione rivela ufficialmente per la prima volta che Zauli ha sottoposto a ‘revisione’ sue pubblicazioni realizzate nel periodo 1998-2009 quando “lo stesso non solo non ricopriva alcuna carica presso l’Università degli Studi di Ferrara ma non era nemmeno, per la maggior parte del periodo interessato, strutturato presso l’Ateneo, quindi in un contesto universitario che per buona parte temporale nulla hanno a che vedere con l’Ateneo Ferrarese”.

Allora ci si chiede in che modo, e per quale motivo, conoscere una valutazione sull’etica di una condotta tenuta perlopiù altrove potrebbe arrecare danno all’Università di Ferrara. E ci si chiede anche quali possibilità ci fossero per il rettore stesso di violare il codice etico di una università della quale ai tempi delle pubblicazioni poste al vaglio, e ben lo sapeva presentando l’istanza alla Commissione, non faceva parte. Ecco che ancora di più sembra necessario conoscere le motivazioni di quella ‘assoluzione’, anche alla luce del fatto che solo dopo le dimissioni dei vertici della Commissione stessa – in dissenso proprio con la risposta dell’Ateneo alla nostra richiesta Foia – è stato chiesto al Senato Accademico di annullare tutto, a ben nove mesi di distanza dalla conclusione del procedimento.

Risulta strano leggere tali affermazione quando poi lo stesso responsabile anticorruzione sostiene che non sarebbe neppure necessario fornire le informazioni richieste per la promozione del dibattito pubblico (che è uno dei pilastri della normativa Foia), dato che “il dibattito pubblico è già possibile in ragione del fatto che le pubblicazioni di cui trattasi sono note e pubblicate su riviste scientifiche di settore, sono liberamente consultabili e pertanto oggetto di libera analisi, anche critica, da parte di chiunque, comprese le medesime riviste scientifiche”. Il libero dibattito è così possibile che il rettore ha fin da subito e più volte minacciato azioni legali contro chiunque parlasse in termini critici della vicenda, a testimonianza del fatto che, probabilmente, esercitare il diritto di critica e far domande continuano ad essere funzioni del giornalismo mal tollerate dall’Ateneo.

A tal proposito, nel terzo punto ci viene rimproverato di voler dare risalto mediatico alla vicenda – che altro potrebbe fare un giornale? – e che gli atti richiesti, se concessi, “troverebbero ampia ed immediata diffusione sulla stampa e sul web, accompagnati da una lettura unilaterale e comunque distorta degli stessi in un contesto di pubblica e incontrollata diffusione”.

Innanzitutto rileviamo un’altra volta come l’Ateneo, in maniera del tutto impropria, valorizzi – si fa per dire – la professionalità e il ruolo del giornalismo nel selezionare e riportare l’informazione (“comunque distorta”) e nella promozione della conoscenza. In seconda battuta ricordiamo che questo giornale ha, con molto rispetto e a lungo, cercato di avere il parere del rettore prima di pubblicare qualcosa che lo riguardasse sulla vicenda e ha per mesi atteso di entrare in contatto con lo stesso per poter conoscere l’esito della procedura – sempre passando per il tramite il suo allora portavoce, Andrea Maggi, che ci ha sempre risposto picche – fino a che, contattato direttamente, Zauli ha esplicitato di non avere tempo da perdere con queste cose.

Se al responsabile anticorruzione sembra che la vicenda sia stata trattata in maniera unilaterale, non è da questa parte che deve guardare nella ricerca del colpevole, ma nell’ufficio dove siede chi dal 2016, con rinnovo contrattuale di anno in anno, lo ha proposto per l’incarico di direttore generale al Cda dell’Università di Ferrara e magari lo farà – del tutto legittimamente, sia chiaro – anche per l’attuale selezione. Dovrebbe guardare anche nel proprio ufficio, visto che sulla vicenda è stato interrogato sia privatamente che pubblicamente – ci riferiamo alle quattro domande ancora in attesa di risposta – senza che una foglia si sia mossa.

Per chiudere, a proposito di selezioni nell’Università di Ferrara, ci sia concesso nuovamente notare come appaia inevitabilmente inopportuno, almeno a un osservatore esterno, l’aver fatto gestire la raccolta firme di solidarietà al rettore – quella pubblicata e poi improvvisamente cancellata dal sito istituzionale dell’Ateneo – a due dipendenti amministrativi: uno di essi, Valerio Muzzioli, era al tempo ed è ancora oggi uno dei partecipanti a un concorso per una posizione di alto rilievo nell’amministrazione universitaria.

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