Mer 21 Ago 2019 - 4941 visite
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Caso Zauli. Per Unife chiedere trasparenza equivale a strumentalizzare

L'Università di Ferrara nega a Estense.com l'accesso alle motivazioni e agli atti della Commissione Etica accusando la stampa di voler gettare discredito sul rettore, sui ricercatori e sull'Ateneo

Giorgio Zauli (foto di Alessandro Castaldi)

L’Università di Ferrara non vuole che si conoscano le motivazioni che hanno portato la Commissione Etica ad archiviare la posizione del rettore Giorgio Zauli in merito ad alcune sue ricerche segnalate per contenere immagini e dati (presuntivamente) manipolati. Almeno, non vuole che le conosca Estense.com.

Chi scrive ha presentato a luglio una richiesta di accesso civico generalizzato (in base al cosiddetto Foia – Freedom of Information Act, la legge che tutela la libertà d’informazione e l’accesso agli atti amministrati) al responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza di Unife (il dott. Giuseppe Galvan) per ottenere una copia della decisione completa di motivazione, dei verbali delle sedute nelle quali si è discussa la questione (che ha richiesto 6 mesi di tempo per essere decisa) e degli eventuali pareri tecnici esterni richiesti dalla Commissione.

La richiesta è stata rigettata il 19 agosto con tre pagine di motivazioni (firmate dalla responsabile della Ripartizione servizi direzionali e di coordinamento, la dottoressa Monica Campana) in cui si legge che la “strumentalizzazione mediatica (giornali e blog) fino ad ora condotta in merito alla questione, finalizzata a gettare discredito, con gli attacchi in essa contenuti, al lavoro scientifico dell’interessato (e del gruppo di ricerca), nulla ha a che fare con l’esigenza specifica dell’accesso civico generalizzato finalizzato alla verifica del buon andamento dell’amministrazione universitaria e al corretto esercizio delle finalità istituzionali”.

Non sarebbe male sapere in quale modo questo giornale e chi scrive abbia fattualmente strumentalizzato la vicenda, né in base a quali argomentazioni tecniche e normative la dottoressa Campana sia giunta a tali conclusioni, in cui si confonde il diritto (un dovere per noi) d’informazione e di critica con un attacco strumentale (e a che pro? Sarebbe bello saperlo).

La richiesta di accesso civico nasce dal fatto che, secondo quanto affermato dallo stesso rettore (che ha a lungo atteso prima di rivelare l’esito, rifiutando di rispondere in prima istanza a Estense.com ad aprile e intervenendo solo a luglio per rispondere al prof Lucio Picci dell’Università di Bologna), la Commissione ha archiviato il caso “non essendo emersi a mio carico né elementi dolosi né di colpa grave”.

Una risposta che lascia presagire, se non interpretiamo male, la presenza di problemi nelle ricerche finite sotto esame: il giudizio sull’assenza di dolo o colpa presuppone che vi sia un accadimento a cui attribuire o meno quelle categorie soggettive, e in questo caso non può che essere l’esistenza di elementi problematici nelle pubblicazioni di cui Zauli è stato il più delle volte il primo autore.

Dato che negli ultimi due anni le segnalazioni sulle ricerche condotte dal rettore si sono moltiplicate (soprattutto dopo la sua reazione ai primi articoli che ne parlavano, generando un effetto Streisand come raccontato dalla giornalista scientifica Silvye Coyaud), sembra opportuno vedere in trasparenza il percorso argomentativo svolto dalla Commissione Etica, quantomeno conoscerne le motivazioni, come accade nei casi giudiziari. E ci sembra opportuno perché il rettore è tale anche per merito della sua estesa produzione scientifica.

Siamo consci che non ci troviamo davanti a un tribunale, che il giudizio della Commissione etica non è una sentenza, e sappiamo che Unife non ha nessun obbligo di pubblicazione spontanea, ma a giudizio di chi scrive, anche da un punto di vista del buon andamento della ricerca scientifica più si sa, meglio è nei casi in cui vi sono accuse di misconduct.

Secondo Unife è invece meglio di no. Innanzitutto perché “la valutazione della bontà scientifica della ricerca non spetta né all’opinione pubblica, né alla stampa, ma è prerogativa esclusiva di scienziati e ricercatori che soli rappresentano il cd. Tribunale della Scienza, nell’ambito della valutazione tra pari. Le ricerche di cui trattasi, risalenti agli anni 1998-2009, peraltro eseguite in contesti universitari diversi dall’Università di Ferrara, sono note, sono state pubblicate su riviste scientifiche e sono liberamente consultabili da parte di tutti gli interessati e possono e sono già state oggetto di analisi anche critica”.

A parte il fatto che la nostra richiesta non era sorretta da motivazioni inerenti valutazioni sulla ricerca scientifica, possiamo comunque controbattere che è esattamente questo il succo della vicenda: sono dei ricercatori – seppure in forma anonima (e come si può biasimarli per questo davanti a certe argomentazioni?) – ad aver “criticato” quelle ricerche (sul forum PubPeer), evidenziando delle anomalie nelle immagini e nei dati, e sono quelle critiche ad aver costituito – giustamente o meno – l’incipit di tutto il caso, arrivato fino alla richiesta di una valutazione “etica” presentata inizialmente a Unife da parte del giornalista Leonid Schneider (che, per inciso, è stato anche lui un ricercatore in passato).

E la ricerca scientifica è per sua natura pubblica, aperta a tutti, non solo agli scienziati: lo spettro delle persone coinvolte non si ferma ai soli ricercatori. Non esiste alcun “Tribunale della scienza” a composizione esclusiva, chiunque può potenzialmente parteciparvi, purché ne segua il metodo e ne condivida i valori (comunitarismo, universalismo, disinteresse, originalità e scetticismo organizzato, o Cudos, come sintetizzò il sociologo Robert Merton).

Naturalmente non siamo noi a dover e volere giudicare la bontà dei lavori scientifici, non ne abbiamo le competenze, quel che chiediamo è che una parte del processo di ‘revisione’, quella in cui Unife è entrata, venga resa conoscibile: nella ricerca pubblica non dovrebbero esserci segreti per il pubblico che contribuisce a finanziarla, ancor meno se parliamo di discipline biomediche.

Per questo chiediamo che questo procedimento – non tutti i procedimenti della Commissione Etica – sia reso il più trasparente possibile, perché le uniche informazioni che abbiamo non permettono di valutare se le ricerche finite sotto esame siano o meno affette da seri problemi di integrità dei dati e, dunque, se siano ancora valide o meno, al di là della presenza o meno di dolo o colpa del rettore. E dato il numero elevato di segnalazioni, che riguardano anche ricerche molto meno risalenti nel tempo, riteniamo sia necessario chiedere e ottenere delle spiegazioni.

Secondo Unife consegnarci la documentazione porterebbe invece con certezza ad “arrecare un concreto pregiudizio non solo al soggetto che ha presentato di sua iniziativa istanza alla Commissione Etica (Zauli, ndr), stante la presenza effettiva di dati delicati ed informazioni personali, ma anche, a seconda delle ipotesi e del contesto in cui le informazioni fornite possono essere utilizzate da terzi, a tutti i ricercatori coinvolti, nonché ai membri della suddetta Commissione. Va, infatti, considerata la tipologia e la natura dei dati e delle informazioni personali ivi contenuti che potrebbero determinare un’interferenza ingiustificata e sproporzionata nei diritti e libertà del soggetto interessato, con possibili ripercussioni negative sul piano professionale, relazionale, personale e sociale e comunque eccedenti e non pertinenti rispetto alla soddisfazione del bisogno conoscitivo da Lei manifestato (ritenuto che le ricerche condotte sono del tutto pubbliche)”.

Non si capisce come possano generarsi pregiudizi così estesi e gravi per Zauli o altre persone coinvolte in un percorso probatorio e argomentativo che conduce a un giudizio di assenza di dolo o colpa grave. Seguendo una simile generica argomentazione, qualsiasi informazione sarebbe strumentalizzabile. In ogni caso Unife sa benissimo che è sua facoltà oscurare i dati personali e sensibili e nel caso sia troppo gravoso dovrebbe segnalarlo in motivazione e/o chiedere di circoscrivere la domanda per poter ottenere soddisfazione.

Ci si chiede anche come su quali basi sia possibile formulare una prognosi secondo la quale “la diffusione dei verbali ed atti da Lei richiesti in qualità di giornalista, accompagnata da un’informativa soggettiva rivolta all’opinione pubblica, potrebbe alimentare ulteriormente la campagna mediatica in essere, con il rischio non solo di gettare accuse strumentali alla persona coinvolta nel suo ruolo di scienziato (e al gruppo di ricerca), ma soprattutto di generare gravi danni al funzionamento dell’amministrazione”.

È chiaro che Unife legga una richiesta di trasparenza come un fastidioso atto malevolo e, senza prova alcuna a riscontro, si prodiga infine nell’accusare lo scrivente e la stampa di aver fatto fagotto di “tutte le informazioni fornite, direttamente o indirettamente” e di averle “strumentalizzate ed utilizzate in modo tale da recare pregiudizio all’immagine dell’istituzione e di chi la rappresenta”. Motivo per cui “si ritiene che sia altamente probabile che l’accoglimento della richiesta di accesso civico generalizzato in questo caso porti all’utilizzo dei verbali e dei dati richiesti, accompagnati da una lettura unilaterale degli stessi in un ambito di pubblica diffusione, producendo il medesimo trattamento pregiudizievole non solo nei confronti dell’interessato, di tutti i ricercatori coinvolti ma anche nei confronti dei membri della Commissione Etica, organo proprio dell’amministrazione universitaria”.

Noi pensiamo invece che sia diritto dei cittadini, degli studenti, delle future matricole, della comunità scientifica e dell’Università stessa avere piena trasparenza, e in nessun modo questo può essere rigirato in un’accusa di strumentalizzazione. Unife si aspetti una richiesta di revisione.

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