di Riccardo Giori
Quanto vale la propria dignità quando a essere in gioco sono il lavoro, i soldi, la libertà? E fino a che punto si è disposti a cederla pur di andare avanti? È da qui che Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, apre l’ultimo incontro del festival al Teatro Comunale di Ferrara, mettendo di fronte a una stessa domanda due voci lontane per formazione e linguaggio, ma vicine nella lettura delle contraddizioni del presente: il fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare, e la filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi.
Sul palco, la dignità diventa presto qualcosa di molto concreto. Non più soltanto un principio morale, ma il terreno sul quale si misurano precarietà, disuguaglianze, libertà individuale e possibilità di costruire una società diversa. A partire dalle loro ultime opere – il libro Dignità di Ypi e la serie Netflix Due Spicci di Zerocalcare – il confronto si allarga così ai legami umani che si stanno spezzando, alla sorveglianza digitale e all’intelligenza artificiale, fino ad arrivare al potere delle Big Tech, alla rabbia sociale e alla possibilità di un socialismo capace di restituire un futuro alla politica.
Il punto di partenza sono proprio i lavori più recenti dei due ospiti. Due opere diverse per linguaggio e formazione, ma attraversate dalla stessa domanda: quanto è possibile difendere la propria dignità quando si è con l’acqua alla gola, economicamente o sul piano della libertà? Ypi parte dalla storia della nonna raccontata nel libro e da una distinzione netta: la dignità “non ha niente a che fare con i soldi, con le onorificenze, con i titoli che ci vengono riconosciuti”, ma con ciò che riconosciamo all’essere umano e con la capacità di mantenere una dimensione morale nelle proprie decisioni.
Zerocalcare sposta invece il ragionamento sul terreno generazionale. La generazione precedente, osserva, aveva davanti a sé percorsi più prevedibili: studiare, formarsi e trovare un lavoro coerente con quella formazione. Oggi quella traiettoria è saltata e l’ingresso nel mondo del lavoro coincide spesso con una lunga serie di compromessi. È qui che, secondo il fumettista, la precarietà economica finisce per diventare anche una questione di dignità. Da questa dimensione individuale il dibattito passa presto a quella collettiva. De Mauro parla di un’epoca di regressione sociale, segnata dal dominio del capitalismo avanzato, e chiede quale sia la promessa tradita nei confronti delle nuove generazioni. Per Lea Ypi è soprattutto la promessa della libertà, particolarmente forte nei Paesi dell’Est usciti dalle dittature e poi rimasta in larga parte disattesa.
La riflessione si sposta quindi sui legami. La storia della nonna di Ypi, vissuta in un contesto – quello della dittatura comunista – in cui chiunque poteva trasformarsi in spia o informatore, diventa l’occasione per interrogarsi sul valore delle reti umane nei momenti di crisi. Zerocalcare parla di un debito che ciascuno di noi contrae lungo la propria vita, morale prima ancora che economico, e della sempre più rara capacità di restituirlo agli altri. Le reti sociali, sostiene, si sono progressivamente deteriorate, anche se esistono ancora luoghi in cui resistono. Ypi radicalizza il concetto: nessuno può resistere da solo e una società fondata esclusivamente sulla scelta individuale è, in fondo, una società fallita.
Poi entra in scena la tecnologia. De Mauro richiama il caso della sorveglianza digitale e l’impatto dell’intelligenza artificiale sui rapporti umani. Per Ypi il nodo è la trasformazione della persona in mezzo: mentre nello spionaggio tradizionale esisteva un rapporto diretto tra sorvegliato e sorvegliante, la sorveglianza digitale cancella il riconoscimento reciproco e rende anonimo e invisibile il processo. È, sostiene, “una forma di oppressione orizzontale e deumanizzante, dentro un sistema che tende a subordinare ogni cosa al profitto”.
Anche Zerocalcare guarda con diffidenza al web come luogo della socialità. Quelle che avrebbero dovuto essere nuove agorà digitali, osserva, sono state in parte consegnate ai grandi colossi tecnologici. E parlando di sistemi di sorveglianza tramite intelligenza artificiale, evoca con ironia e nostalgia un’epoca in cui era ancora possibile togliere la batteria dal telefono e sentirsi un po’ meno esposti. Ypi introduce però una distinzione: la tecnologia, di per sé, nasce come strumento neutro. Il problema è l’uso che ne fanno governi e poteri economici. Lo stesso vale per il mercato e per il privato: possono essere alleati soltanto dentro un sistema nel quale il pubblico mantenga la capacità di controllarli. Da qui la domanda su come resistere allo strapotere delle multinazionali tecnologiche. La risposta della scrittrice è innanzitutto culturale: la società contemporanea è stata educata per decenni a considerare il mercato capitalistico e il privato come portatori naturali della salvezza, e proprio per questo fatica oggi a riconoscere il mercato stesso anche come una possibile minaccia.
Il confronto approda così alla politica e alla riscoperta di un linguaggio socialista. Il direttore di Internazionale richiama le recenti vittorie elettorali di figure come Mamdani a New York e della nuova sindaca di Berlino, entrambe capaci di portare nel dibattito politico parole e proposte più radicali, a partire da questioni concrete come la casa e il costo della vita. “È qualcosa di straordinario che ci sia un sindaco musulmano e socialista nella città dell’11 settembre”, osserva De Mauro.
Per la filosofa, però, non si tratta soltanto di una questione di comunicazione politica. Certamente marketing e social contano, ma la vera novità è il ritorno della sinistra alle condizioni materiali delle persone: affitti, carovita, disagio economico, classe sociale. Un cambio di messaggio che rimette al centro il conflitto sociale e non soltanto quello culturale o identitario. Allo stesso tempo, sostiene, “per difendere lo Stato di diritto e i valori liberali serve una critica molto più radicale dell’esistente, altrimenti le crisi continueranno semplicemente a ripresentarsi ciclicamente”.
La domanda finale di De Mauro è forse quella che riassume meglio l’intero incontro: come si fa a trasformare la rabbia in qualcosa di produttivo, evitando che venga fatta deragliare? Rech guarda alle recenti proteste francesi e alle mobilitazioni nate da crisi economica e abitativa. Riporta le parole di una studentessa con cui ha parlato, secondo la quale difendere lo status quo e le istituzioni non basta quando sono proprio quelle istituzioni a rendere la vita invivibile. “Quello che dobbiamo difendere, non sono le istituzioni, sono le comunità”, è il senso della riflessione, mentre Ypi insiste sulla necessità di un progetto politico rivolto al futuro: imparare dagli errori del passato senza avere paura di cambiare il presente.
E alla fine torna la dignità, quasi a chiudere il cerchio aperto all’inizio. Zerocalcare invita ad avere il coraggio di alzare la testa davanti ai discorsi disumani, anche nei piccoli episodi della quotidianità. Ognuno, dice, può essere “il sassolino di un argine”: un piccolo rifiuto dell’orrore può contribuire a far tornare la vergogna di certe posizioni e a rendere più sano il discorso pubblico. Sul finale, De Mauro chiede ai due ospiti cosa sarebbero disposti a fare per “due spicci” e cosa invece non farebbero mai. La risposta è comune: non svendersi, non tradire i propri ideali, non dire ciò che non si pensa. Una conclusione semplice, ma che restituisce il senso dell’intero confronto: in un’epoca in cui tutto sembra avere un prezzo, la dignità rimane ciò che non dovrebbe averne nessuno.
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