Attualità
5 Ottobre 2026
Il ricordo delle manifestazioni del 22 settembre: “Credo che siano state messe in campo delle misure repressive che ci hanno bloccato”

A un anno dalla missione della Flotilla l’incontro con la portavoce Delia

di Redazione | 4 min

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di Tommaso Piacentini

“La Global Sumud Flotilla è una missione civile, nonviolenta, ma profondamente politica. Non stiamo organizzando solo una raccolta di aiuti per riaprire un corridoio umanitario permanente, ma una sfida pubblica all’assedio illegale e una presa di posizione contro l’impunità e il silenzio internazionale”. Così Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla, descrive nel suo libro “Global Sumud Flotilla. La storia siete voi” la missione umanitaria che ha inciso un solco indelebile nella storia dell’attivismo pro-Palestina, ma anche nella memoria collettiva, capace di risvegliare coscienze assopite da governi inermi di fronte a un genocidio in atto.

Il libro è stato presentato all’evento promosso da Rete Pace Ferrara di venerdì 2 ottobre alla Camera del lavoro, dove, insieme alla collega Stefania Andreotti, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Maria Elena Delia sull’esperienza della Flotilla, dalla sua organizzazione a Tunisi nell’agosto 2025, alla raccolta fondi e beni di Genova grazie a Music for Peace, fino alla partenza dalla Sicilia e alla tragica conclusione a ottobre per l’intercettazione in acque internazionali da parte della marina militare israeliana.

Siamo partiti dalla fine della missione e dalla preoccupazione di che tutto ciò che era stato fatto venisse “lentamente archiviato, normalizzato, dimenticato”. Una preoccupazione che oggi, a distanza di un anno, sembra essere ben fondata: “Siamo stati noi società civile, la politica, la militanza, capaci di conservare quelle energie di solamente un anno fa?” si è chiesta l’autrice. “In parte no, ma non si può dire che tutto sia stato normalizzato e dimenticato: il potenziale che la missione della Sumud Flottila era riuscita a far emergere era incommensurabile e nessuno di noi l’aveva previsto”.

Quell’ondata di consapevolezza, di cui la Flottila “è stata l’innesco”, è scaturita secondo Delia anche “nella presa di coscienza che come parte di una collettività abbiamo un potere enorme”. Ciò che ha contribuito ad espandere quella consapevolezza è stata anche la narrazione che ne è stata data dai media, una narrazione che è totalmente cambiata: “Oggi si sente dire che a Gaza c’è un cessate il fuoco, che c’è un comitato di pace. Dopo quella missione, la narrazione che riguarda la Palestina è cambiata completamente”.

Così come sono cambiate le misure repressive verso chi si adopera per mettere in evidenza le ingiustizie perpetrate da Israele verso il popolo palestinese: “Un anno fa c’erano persone alla loro prima esperienza di manifestazione e che oggi non se la sentono più, perché oggi il rischio è enorme”, acuito anche dalle recenti discussioni sul ddl antisemitismo.

“Quindi credo che siano state messe in campo delle misure repressive che ci hanno un po’ bloccato e forse tutti noi non abbiamo saputo bene come continuare quell’ondata. Qualcosa poteva essere fatta meglio, ma comunque si è lavorato tanto”.

Su come una missione, forse la più grande missione civile marittima, fosse stata preparata, l’autrice ha ricordato come già esistesse un’esperienza pregressa di altre missioni umanitarie per spezzare il blocco imposto da Israele alla striscia di Gaza, “ma, a parte quella del 2008 che riuscì a rompere il blocco, mai siamo riusciti a mettere insieme così tante barche in soli 2 mesi”.

Un piccolo miracolo, come l’ha descritto Delia, frutto anche di un lavoro strutturato e dell’aiuto di persone che hanno messo a disposizione le proprie competenze per la causa: “Avvocati, medici, giornalisti, parlamentari: è un lavoro faticoso, a volte noioso, fatto anche di litigi e discussioni. Il risultato finale è stato quasi poetico, la metafora di Davide e Golia, ma il lavoro che c’è stato dietro è stato pesantissimo”.

Un lavoro a cui le istituzioni italiane non hanno saputo alleggerire il carico. Numerosi sono stati, infatti, gli attacchi del governo Meloni alla Flotilla, che Delia ha descritto come “un denigrarci e offenderci in modo sistematico, specialmente del governo italiano: Giorgia Meloni ci offendeva quotidianamente”.

Alla domanda se fossero attacchi rivolti alla missione in sé o ai rappresentanti politici d’opposizione presenti sulla Flotilla, Delia ha risposto: “L’ostilità che abbiamo sentito non credo che fosse indirizzata in maniera particolare verso i rappresentanti dei partiti politici d’opposizione, la loro presenza non era così evidente. Gli attacchi erano diretti alla missione, perché stava mettendo in evidenza la complicità con Israele”.

Della missione non sono mancate le conseguenze, come dimostrano gli esposti depositati alla procura di Roma dai rappresentanti legali della Flotilla per i droni lanciati contro le barche a largo delle coste di Creta e per l’illegale detenzione degli attivisti e le torture nel carcere israeliano di Ketziot. Ma una cosa è certa: “Nulla di quello che ci è capitato è nemmeno lontanamente paragonabile a quello che subiscono i palestinesi. Se Israele è capace di fare cose del genere a chi possiede un passaporto italiano, francese, tedesco, figuriamoci cosa fa al popolo palestinese”.

“Noi abbiamo pagato un prezzo – ha concluso Delia -. C’è un impatto psicofisico, non voglio sminuirlo, ma ci teniamo tantissimo a precisare che è un prezzo irrisorio rispetto a quello che subisce il popolo palestinese”.

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