Cronaca
31 Agosto 2026
L'ex fondatore di Ferrara Sotto le Stelle invita il festival a ripensarsi: "Il vecchio mondo degli artisti di strada non esiste più, Ferrara cambi formula"

Buskers, la proposta di Manuzzi: “Centro libero e grandi artisti di strada nei teatri a pagamento”

di Redazione | 4 min

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Togliere le barriere dal centro storico, restituire le strade ai buskers e alle offerte libere del pubblico. E, contemporaneamente, trasformare i teatri ferraresi nel palcoscenico a pagamento dei grandi artisti internazionali cresciuti sulla strada e diventati fenomeni da milioni di visualizzazioni. È la proposta con cui Roberto Manuzzi, docente del Conservatorio di Ferrara, direttore di banda, musicista e compositore, entra nel dibattito sul futuro del Ferrara Buskers Festival.

Un intervento pubblicato sui suoi canali social che parte dalla convinzione che la discussione intorno alla manifestazione sia ormai schiacciata tra due tifoserie contrapposte: da una parte quelli del ‘frizi e magna’, dall’altra quelli del “a Ferrara non succedeva mai niente”.

“Due visioni opposte e fatalmente parziali”, secondo Manuzzi, che non riescono a raccontare la complessità di quarant’anni di eventi capaci, in forme diverse, di costruire una parte importante dell’immagine culturale e turistica della città.

Manuzzi parla anche sulla base della propria esperienza di operatore culturale: fu tra i fondatori di Ferrara Sotto le Stelle e ideatore di Estate a Ferrara. E proprio da qui parte la sua analisi: il problema, sostiene, è che il mondo nel quale nacque il Buskers Festival semplicemente non esiste più.

“L’arte di strada aveva negli anni ’80 una forza e un’identità totalmente diversa da quello che vediamo oggi nelle città europee e statunitensi”, scrive, ricordando tra i primi protagonisti del festival Otto e Barnelli, musicisti che vivevano realmente suonando per strada, passando anche dalla televisione grazie a Renzo Arbore.

Erano buskers nel significato più letterale del termine: artisti che si mantenevano con le offerte raccolte nelle piazze, guardati inizialmente con una certa diffidenza da una parte della città. Poi qualcosa cambiò.

“I commercianti si accorsero, con qualche anno di ritardo, che la manifestazione attirava non solo saccopelisti squattrinati ma un pubblico di famiglie e turisti”, ricorda Manuzzi. E le ‘orde’ di musicisti, giocolieri e cartomanti cominciarono progressivamente a essere percepite come una risorsa.

Oggi, però, quella figura romantica del musicista che attraversa la città vivendo alla giornata sarebbe sostanzialmente scomparsa. “Nell’era dei social la vita del musicista di strada che vive alla giornata è semplicemente impossibile da sostenere”

Il busker contemporaneo, secondo Manuzzi, utilizza la strada anche come vetrina: suona davanti agli smartphone, alimenta dirette Instagram e Facebook, cerca pubblico e visibilità attraverso i social, tentando di costruirsi un percorso alternativo rispetto ai tradizionali circuiti promozionali della musica.

Da qui gli esempi citati dal musicista ferrarese: artisti e gruppi partiti dalla strada e capaci poi di conquistare teatri e platee internazionali, come il sassofonista Leo P., le Salut Salon, gli Mnozil Brass, i MozArt Group o la Microband degli italiani Leo Domenicali e Danilo Maggio. Musicisti nei quali, sottolinea, il virtuosismo si fonde con teatro, comicità e capacità di intrattenimento.

Ed è proprio su questo cambiamento che Manuzzi costruisce la sua proposta per il futuro del Ferrara Buskers Festival. “Innanzitutto toglierei ogni sorta di barriera fisica e renderei completamente accessibile il centro cittadino”, scrive. Le strade tornerebbero quindi gratuitamente a disposizione degli artisti, lasciando “libero spazio e libera espressione ai buskers generici”, che potrebbero così tornare a puntare direttamente sulle offerte del pubblico.

Il biglietto, però, non scomparirebbe. Cambierebbe destinazione.

Nei teatri cittadini – Manuzzi cita il Teatro Nuovo, il Comunale, l’ex Verdi e la Sala Estense – nascerebbe infatti una seconda anima del festival: una rassegna a pagamento dedicata ai “buskers 2.0”, ossia agli artisti che dalla piazza hanno fatto il salto verso YouTube, i social e i grandi palcoscenici internazionali.

Una sorta di doppio binario: la strada gratuita e spontanea da un lato, dall’altro spettacoli strutturati nei luoghi della cultura, capaci secondo Manuzzi di giustificare pienamente il costo di un biglietto.

Una rivoluzione rispetto alla formula originaria, certo. Ma anche un modo, sostiene il docente del Conservatorio, per permettere al festival ferrarese di tornare a distinguersi dalle tante manifestazioni dedicate agli artisti di strada nate successivamente in Italia.

L’obiettivo sarebbe recuperare quella capacità pionieristica che rese Ferrara un modello, evitando che proprio la manifestazione che per prima aveva intuito la forza dei buskers finisca oggi per assomigliare alle numerose esperienze nate sulla sua scia.

“Una manifestazione che non riesce ad accettare i tempi che cambiano e a comprendere la radicale trasformazione della fruizione musicale da parte del pubblico – conclude Manuzzi – è a mio parere obbligata a ripensare se stessa”.

Non per cancellare quarant’anni di storia, dunque, ma per impedire che quella storia diventi una formula da ripetere per inerzia. Per Manuzzi il rischio, altrimenti, è una “lenta perdita di significato”, fino a trasformare il Buskers Festival in uno dei tanti “fenomeni commerciali di superficie” che popolano oggi l’offerta musicale.

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