Dal sole di Lanzarote a una frontiera che, per chi è abituato a spostarsi nell’Europa di Schengen, sembrava ormai appartenere al passato. È quanto accaduto venerdì 7 agosto all’aeroporto Marconi di Bologna, dove Gabriele Caveduri, ferrarese e storico gestore di sale cinematografiche in città, racconta di essersi trovato insieme a circa duecento passeggeri davanti a un controllo dei documenti dopo essere sceso da un volo proveniente dalle Canarie.
Una conseguenza molto concreta della crisi diplomatica esplosa in questi giorni tra il governo italiano di Giorgia Meloni e quello spagnolo di Pedro Sánchez sulla gestione dei flussi migratori e, in particolare, dopo gli eventi di Ceuta.
“Duecento turisti, quasi tutti bolognesi o emiliani scesi dall’aereo proveniente da Lanzarote, vengono dirottati e bloccati al controllo”, racconta Caveduri. Un agente comincia a chiedere i documenti, verificando generalità e corrispondenza con il volto dei passeggeri.
La fila procede lentamente e non tutti, evidentemente, si aspettavano di dover mostrare un documento arrivando da un altro Paese dell’area Schengen. Caveduri descrive la scena: un anziano che spiega di averlo lasciato nel bagaglio da ritirare oltre il posto di controllo, un altro passeggero che rovista nello zaino senza riuscire a trovarlo, una donna comincia che a preoccuparsi: “Perderò il treno”.
Poi arrivano le prime contestazioni. “Ma lei pensa che gli extracomunitari che vogliono entrare in Italia facciano scalo a Lanzarote?”, chiede passeggero al poliziotto. La risposta dell’agente, così come viene riportata da Caveduri, è quasi di giustificazione: “Non è colpa nostra, lo dobbiamo fare”.
E nella coda il malumore diventa rapidamente anche politico. Dietro a Caveduri, un ragazzo si rivolge all’amico: “Colpa tua che l’hai votata”. “Vabbè, ho sbagliato ma non mi frega più”, la replica. Più indietro qualcuno protesta perché, andando avanti a quel ritmo, per lasciare l’aeroporto ci sarebbe voluta un’ora. Un altro sbotta: “Siamo un popolo di coglioni”.
La folla rumoreggia finché, riferisce ancora Caveduri, arriva un secondo agente che invita il collega ad ‘allentare’. Da quel momento i documenti non vengono più presi in mano uno ad uno: sarebbe bastato mostrarli a distanza e il flusso avrebbe iniziato a scorrere più velocemente.
“Finalmente usciamo – conclude Caveduri -. Il caldo soffocante, afoso, ma non solo, ci fa rimpiangere di essere tornati in Italia”.
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