di Katia Romagnoli
Porto Garibaldi. Poco più di un mese fa la Fondazione emiliano romagnola per le Vittime dei Reati, che dal 2004 opera a favore delle vittime di reati dolosi dalle conseguenze gravissime, aveva attivato una procedura di sostegno per i famigliari di Rina Guidi, la donna uccisa a Porto Garibaldi il 13 settembre scorso (vai all’articolo). Grazie all’interessamento dell’ex-sindaco Paolo Carli, poiché la Fondazione collabora in stretta sinergia con le pubbliche amministrazioni, veniva segnalata la tragica situazione di Vito Scarpa, uno dei due figli dell’anziana, doppiamente colpito dal lutto, in quanto una dei sospettati del delitto è l’ex-moglie Stefania Guidi Colombi, ora in carcere così come il convivente Filippo Milazzo e con il figlio di quest’ultimo, Luigi (vai all’articolo).
Nei giorni scorsi la Fondazione, presieduta da Sergio Zavoli, ha riconosciuto un sostegno economico pari a 7mila euro per Vito Scarpa. Il sostegno economico non è nulla rispetto alla perdita di un caro, ma può alleviare i disagi conseguenti al lutto. “Desidero ringraziare il presidente Zavoli e la direttrice Lucia Biavati per la sensibilità che hanno mostrato venendomi incontro – ha detto commosso Vito Scarpa -, ma ringrazio anche l’ex-sindaco Paolo Carli che si è interessato e mi è stato vicino e mi sia permesso di ringraziare anche il pm Barbara Cavallo e l’Arma dei Carabinieri per il lavoro svolto con professionalità e rapidità. In particolare ringrazio il capitano Luca Nozza, comandante della Compagnia Carabinieri di Comacchio, il tenente Andrea Coppi, il maresciallo Tanese e l’appuntato De Simone per la loro umanità, oltre che per l’intensa e proficua attività investigativa”.
Alla domanda sul possibile coinvolgimento nell’omicidio dell’ex-moglie Stefania, Scarpa si irrigidisce: “Mai e poi mai la perdonerò per quello che ha fatto. Tutti ci chiediamo come abbia trovato il coraggio per compiere un gesto del genere… Poteva benissimo rifiutarsi – prosegue – e invece in 3 hanno dimostrato che per loro la vita umana può valere una manciata di migliaia di euro in oro da rivendere”. Naturalmente l’inchiesta è ancora in fase di indagini e per i tre indagati vige più che mai il principio di presunzione di innocenza. Ma il figlio della vittima ha ancora davanti agli occhi le immagini agghiaccianti di quella sera, quando ha rinvenuto il corpo esanime della madre bendata e imbavagliata in ginocchio con la testa schiacciata sul materasso. “Erano circa le 23:30 e l’avevo chiamata ripetutamente al telefono sin dalla mattina. Non avendo mai ottenuto risposta, mi sono precipitato a casa sua e l’ho trovata ormai come se fosse un blocco di marmo, rigida, immobile, nonostante i 30° di temperatura in quella sera così afosa”. E’ un fiume in piena Vito Scarpa per la rabbia e per il dolore che non lo abbandoneranno mai. “Le prove a carico dei tre arrestati sono schiaccianti – sostiene – per via delle impronte digitali, del dna, delle intercettazioni telefoniche e degli scontrini rinvenuti dai carabinieri che attestano la vendita dei gioielli d’oro rubati a casa di mia madre”.
Scarpa, che un paio d’anni fa si è separato dalla moglie, ricorda ancora i momenti concitati della notte in cui fu convocato in caserma per identificare alcuni gioielli. “I carabinieri mi svegliarono intorno alle 2, ma non sapendo per quale motivo, ho seriamente temuto che volessero trarmi in arresto e che magari avessero messo in dubbio la mia versione dei fatti”. Invece si trattava solo di verificare se alcuni dei monili recuperati fossero appartenuti alla mamma. “Ora quei tre dovranno affrontare un eventuale processo e tra le aggravanti c’è anche l’età, dato che mia madre aveva superato i 75 anni e per legge era ritenuta incapace di difendersi. L’hanno persino colpita alla testa, come ha rilevato l’autopsia con quel profondo ematoma…Mi chiedo ancora come abbiano potuto…”.
Intanto sul fronte dell’inchiesta, la difesa, rappresentata dall’avvocato Saverio Stano, dopo la consulenza depositata a inizio mese dal medico legale incaricato dalla procura Stefano Malaguti, ha dato mandato a un proprio consulente di esaminare i reperti autoptici per valutare a sua volta le modalità del decesso e in particolare se la vittima era ancora viva quando è stata imbavagliata e quanto può eventualmente aver resistito in quelle condizioni che rendevano difficile la respirazione. Particolare questo dal quale potrebbe discendere gradi diversi di responsabilità. Se ne occuperà il medico legale dell’Asl di Torino, Roberto Testi, che depositerà entro 60 giorni le proprie conclusioni.
La procura ha inoltro disposto il sequestro dell’hard disk del computer trovato nella casa della coppia di indagati.
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