Cronaca
6 Giugno 2011
Lo chiedono le imprese Tubi e Sarti: “Il Comune non ha agito secondo i più elementari principi di buona fede”

Accertamento del tribunale sul cantiere di Via del Lavoro

di Marco Zavagli | 3 min

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Si apre un altro capitolo sul cantiere di via del Lavoro. Dopo la notizia data da Estense.com sulla proposta di transazione per terminare l’opera infrastrutturale (vai all’articolo), ora se ne aggiunge un’altra che contiene specifiche e pesanti accuse contro il Comune di Ferrara.

Le imprese Sarti e Tubi costruzioni, che si erano fatte avanti – in qualità di componenti di minoranza dell’Ati (insieme alla capofila Cir) che si era aggiudicata i lavori – hanno pronto un ricorso per chiedere al tribunale civile un accertamento tecnico preventivo.

Le due ditte fanno presente che l’esecuzione dell’appalto è stata iniziata e svolta fino alla fine del 2010 dalla sola capogruppo Cir. Sono poi subentrati i noti ritardi e problemi della capofila dell’Ati, senza che Sarti e Tubi venissero però a conoscenza delle “cause di tale situazione – si legge nel ricorso – e la misura della responsabilità di Cir, così come di eventuali corresponsabilità del Comune”.

Secondo le ricorrenti, infatti, Cir non avrebbe rispettato gli obblighi di informativa previsti in materia di appalti dalla diligenza del mandatario, con riferimento all’andamento del lavori nel corso del 2010; “né il Comune ha mai richiesto in tale anno, pur potendolo e dovendolo fare, l’intervento delle mandanti per supplire ad eventuali carenze esecutive di Cir”.

In questa presunta carenza di informazioni, Tubi ha proseguito da sola i lavori nel gennaio del 2011, per venire a sapere, in febbraio, che il Comune, “con contegno non conforme alla buona fede”, stigmatizzano le due aziende, ha inviato una richiesta di risoluzione del contratto per grave inadempimento e ritardo.

Sarti e Tubi cercano allora di correre ai ripari e l’8 aprile inviano la proposta transattiva al rup, l’ingegner Ferruccio Lanzoni e, per conoscenza, a Roberto Mascellani per la Cir e a Roberto Bonora di Unindustria. Le imprese propongono di eseguire i restanti lavori con rinuncia del Comune all’applicazione delle penali e rinuncia delle imprese a gran parte delle riserve iscritte in contabilità”.

La proposta – lamentano i ricorrenti – avrebbe dovuto almeno essere valutata, perché dava modo di ultimare i lavori in tempi tali da permettere la conservazione del contratto e avrebbe permesso di ottenere l’opera finita, con conseguente vantaggio anche per la collettività”. E invece da Palazzo municipale non arrivò alcun riscontro.

Anzi. L’11 maggio (il giorno stesso della notizia data alla stampa) il Comune invia a mezzo fax a Sarti e Tubi la comunicazione della risoluzione del contratto per grave inadempimento, con conseguente richiesta di risarcimento danni.

Per sapere le motivazioni gli imprenditori devono aspettare fine mese, quando Lanzoni comunica loro l’esito della delibera di giunta: “l’inadempimento è grave e nessuna delle proposte dava garanzia per l’esecuzione dei lavori in tempi ristretti e certi, erano lacunose nei tempi tecnici, organizzativi, programmatori e non contenevano rimedi alla situazione contrattuale”.

Nel ricorso Sarti e Tubi fanno quindi notare che i lavori erano stati eseguiti in toto dalla Cir e che quindi loro sono estranee e non responsabili dell’inadempimento rilevato.

A questo punto le due imprese hanno intenzione di rivolgersi al giudice civile per accertare la propria “innocenza” nel processo che ha portato alla rescissione del contratto. Tramite un accertamento tecnico chiedono di capire cosa non ha funzionato nelle opere di Via del Lavoro, sia per “un’eventuale azione di regresso nei confronti di Cir”, sia per accertare un eventuale “inadempimento del Comune, ove questo avesse concorso alle cause della risoluzione”.

“Solo mediante una verifica dello stato dei luoghi – affermano Sarti e Tubi – è possibile provare che la proposta transattiva da noi formulata avrebbe permesso di ‘salvare’ il contratto, e che il Comune non ha agito secondo i più elementari principi di buona fede”.

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