Ven 11 Gen 2019 - 5790 visite
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Carife. La Procura chiede la condanna a 7 anni e 4 mesi per Lenzi

I pm chiedono in tutto 9 condanne con una stangata per gli ex vertici della banca estense. Assoluzioni solo per Nanni e Govoni. Il pm Longhi: “Hanno giocato d'azzardo e hanno pagato i piccoli investitori”

Al termine di una requisitoria durata più di sei ore, sono severe le richieste di pena avanzate dalla Procura nei confronti di 9 degli 11 imputati nel processo per la bancarotta di Carife discendente dalle operazioni di aumento di capitale da 150 milioni del 2011.

Le richieste di pena. Sono pesanti soprattutto per gli ex vertici della banca estense. Per Sergio Lenzi, ex presidente del Cda di Carife, i sostituti procuratori Barbara Cavallo e Stefano Longhi hanno chiesto al collegio presieduto da Vartan Giacomelli la pena più alta di tutte: 7 anni e 4 mesi di reclusione, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione legale per tutta la durata della pena, l’inabilitazione all’esercizio di attività di impresa commerciale e l’incapacità di assumere uffici direttivi in qualsiasi impresa.

Poco più bassa la richiesta di pena per Daniele Forin, ex direttore generale di Carife e Davide Filippini, ex responsabile della direzione bilancio: 7 anni di reclusione oltre che le stesse pene accessorie chieste per Lenzi. Per Michele Sette, responsabile della direzione Finanza e braccio destro di Filippini, la procura ha chiesto 5 anni e 2 mesi di reclusione oltre alle pene accessorie.

Per Michele Masini della società di revisione Deloitte & Touche, chi si occupò di redigere la certificazione sulla ragionevolezza dei dati inseriti da Carife nel prospetto informativo redatto in occasione dell’aumento di capitale, la procura chiede 3 anni di reclusione oltre all’interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni.

Richiesta di pena parificata, infine, per i vertici di CariCesena a Banca Popolare Valsabbina, ovvero gli istituti di credito con i quali Carife realizzò sottoscrizioni reciproche di capitale per un importo complessivo di 15 milioni di euro (5 con CariCesena e 10 con Valsabbina). Per Germano Lucchi, Adriano Gentili e Maurizio Teodorani (CariCesena) e per Spartaco Gafforini (Valsabbina) la Procura ha chiesto 4 anni e 3 mesi di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, l’inabilitazione all’impresa commerciale e all’assunzione di uffici direttivi in qualsiasi impresa.

Pene che in alcuni casi sono anche inferiori rispetto al potenziale, perché nel frattempo è scattata la prescrizione per alcune condotte integranti l’ipotesi accusatoria dell’aggiotaggio.

Due richieste di assoluzione. Due soli gli imputati per i quali viene chiesta l’assoluzione: Paolo Govoni, attuale presidente della Camera di Commercio di Ferrara e al tempo membro del cda di Carife nonché a capo di Carife Sei e Teodorico Nanni, anche lui membro del Cda e al tempo legale rappresentante della Banca di Credito di Romagna. Secondo i pm nei loro confronti non è stata raggiunta la prova in merito alla consapevolezza di quanto stesse accadendo in Carife, in particolare sul piano delle sottoscrizioni reciproche di capitale.

I reati contestati. I reati contestati sono, a vario titolo, quelli formazione fittizia di capitale operata da Carife con la partecipazione di CariCesena e Valsabbina tramite sottoscrizioni reciproche per un valore complessivo di 15 milioni (su 150 dell’aumento di capitale), falso in prospetto, aggiotaggio (come detto parzialmente prescritto), ostacolo alla vigilanza e, infine, la bancarotta fraudolenta.

Il crac non fu colpa dei commissari e della Banca d’Italia. Nella parte finale della sua requisitoria, durata circa quattro ore e mezzo, il sostituto procuratore Barbara Cavallo ha sottolineato come non sia da accogliere la lettura che alcune difese – ma non solo – hanno dato del crac Carife, come derivante dalla gestione commissariale, nonché dal cambiamento delle normative europee e del contesto macroeconomico. “La vigilanza ha semplicemente portato alla luce la reale situazione patrimoniale della banca”, ha detto la pm, che ha inquadrato l’amministrazione straordinaria come una “decisione doverosa” per cercare “di tamponare” la situazione: “Le gravi irregolarità, le gravi perdite patrimoniali, i gravi problemi di liquidità, il deterioramento situazione tecnica hanno reso indispensabile un intervento di natura straordinaria quale il commissariamento e poi l’amministrazione straordinaria”.  E, ancora, per la procura “i maggiori accantonamenti e le conseguenti modifiche non sono derivati affatto dal mutamento in senso più rigoroso dei criteri di vigilanza, ma dall’applicazione disattesa da Carife delle regole già in essere, mediante una sottostima”. Negli anni 2010 e 2011 il management, in sostanza, non ha applicato i criteri di “sana e prudente gestione”, non rispettando “quei mandati dati da Bankitalia a Carife che avrebbero imposto la svalutazione dei crediti già in epoca antecedente”. Il collega Longhi ha invece tenuto a specificare che Carife “non era eterodiretta”: “La stanza dei bottoni era saldamente presidiata dagli organi di amministrazione della banca, anche quelle in merito a come e quando fare l’aumento di capitale erano scelte presa in totale autonomia dagli amministratori”.

Il tabù Fondazione. Dopo l’ispezione del 2009 il mandato che Bankitalia dava a Carife (formalizzato con una lettera del 25 giugno 2010) correva su tre direttrici: “Acclaramento più specifico ed allargato a tutto il portafoglio delle posizioni creditizie; razionalizzazione del gruppo con cessioni e accorpamenti e rafforzamento patrimoniale”, ha spiegato il pm Cavallo. Ma nel corso del tempo, “le iniziative adottate da Carife si sono dimostrate costantemente in contrasto con le indicazioni di Bankitalia sulla ricerca di un partner strategico, finalizzate invece a preservare tenacemente l’indipendenza del gruppo bancario e salvaguardare la qualità di socio di maggioranza della Fondazione. Questo ha portato a una sostanziale vanificazione delle raccomandazioni di Bankitalia sul rafforzamento patrimoniale effettivo”.  “Carife non vuole partner strategici – aggiunge il collega Longhi – È un tabù: la Fondazione doveva presidiare questa posizione, doveva rimanere organo di controllo delle banca ma non aveva intenzione di mettere un altro soldo. Ne aveva già messi tanti, ha partecipato a tutti gli aumenti ma a quello no. Garantirà l’inoptato, ma con soldi non suoi, anche se non c’era alcuna intenzione di attivare quella garanzia e lo dimostra la lettera mandata a Banca d’Italia con richiesta di soprassedere sull’attivazione della garanzia”.

Il “gioco d’azzardo” di Lenzi & Co. La preservazione del potere della Fondazione è stata dunque la vera linea direttrice che ha ispirato tutta l’azione dell’ex management di Carife, compresa l’operazione di aumento di capitale che a un certo punto era inderogabile e da raggiungere a tutti i costi, anche – come prospetta la procura – a discapito degli investitori, quelli piccoli in particolare. “Volevano mettere in ginocchio la banca? – si è chiesto retoricamente il pm Longhi – No, è evidente, nessuno pensa questo. Ma hanno giocato d’azzardo e alla fine chi ha pagato il conto sono stati coloro che si sono costituti parti civili, piccoli investitori che si sono trovati con carta straccia in mano.

Falso in prospetto. In particolare la procura contesta la mancata corretta informazione al momento di varare l’operazione di aumento di capitale. Secondo la pm Cavallo  “il documento (il prospetto informativo, ndr) ha omesso informazioni rilevanti all’investitore ai fini della corretta rappresentazione della situazione economica e finanziaria e ai fini della corretta valutazione dei rischi, fornendo informazioni fuorvianti”. In sintesi: nel prospetto informativo – così come nei comunicati stampa precedenti – non si faceva cenno alle richieste di Bankitalia per quanto riguarda la qualità degli investitori da cercare, ovvero partner solidi e qualificati, in grado di tenere le redini di Carife nella situazione present e, soprattutto, nelle difficoltà future. Non solo, perché secondo la procura gli investitori vennero ingannati dal momento che il prospetto informativo faceva intendere che il Tier-1 ratio all’8% raggiungibile con l’aumento di capitale non era tanto una richiesta di Bakitalia per preservare la sostenibilità anche futura della banca, ma una sorta di anticipazione delle norme di Basilea-3 e un livello addirittura ben più alto rispetto a quello normativo attuale. Insomma, una cosa positiva, lungimirante, anziché una manovra d’emergenza per rimanere semplicemente in vita alla ricerca di un sostegno vero per un futuro rilancio. Il prospetto, inoltre, non faceva minimamente cenno al fatto che la Banca d’Italia aveva chiesto di incrementare ancora di più l’aumento di capitale. Né nel prospetto erano state aggiornate le previsioni dopo che il bilancio del 2010 si era chiuso con una perdita più che doppia rispetto a quanto previsto nel piano industriale allegato, un fatto che avrebbe probabilmente portato molti a riconsiderare l’idea di investire.

Così facendo, ha detto il pm Longhi, “l’assunzione di questo particolare rischio è stata fatta consapevolmente ricadere sulla clientela retail, di piccoli investitori con minori capacità conoscitive e valutative del rischio”. Lo si evince anche dalla circolare 84 con cui ai funzionari che poi andranno a collocare le azioni non si indica la necessità di sottoporre gli eventuali investitori al test di adeguatezza: lo si esclude, anzi, se è già socio, lo si lascia discrezionale nel caso di un cliente della banca. “Queste condotte – afferma il pm – sono chiaramente ispirate all’obiettivo di garantire ad ogni costo il buon esito dell’aumento di capitale”.

L’aumento da fare a tutti i costi. Ma perché i vertici Carife avrebbero fatto tutto questo? Perché, secondo la procura, “c’erano ben pochi investitori istituzionali sul mercato disposti a partecipare all’aumento di capitale e alla fine saranno pochissimi: 35 milioni su 150, mentre 115milioni sono stati sottoscritti da privati, da clientela retail, cioè quelli che sono oggi costituiti parti civili, perché sono loro che hanno pagato il conto di questo disegno criminoso, di queste condotte poste in essere dagli imputati”. Secondo la Longhi “le caratteristiche degli investitori richieste da Bankitalia” sono state nascoste per  “scelta intenzionale” per non far evaporare la clientela retail, altrimenti, “non si sarebbe arrivati ai 150 milioni, e sarebbero stati guai: Bankitalia sarebbe intervenuta in maniera più pressante, poi c’era un rischio reputazionale enorme per la banca. Voglio ricordare i problemi di Carige di questi giorni, nati dopo il fallimento dell’aumento di capitale”.

Aggiotaggio. Il mancato aggiornamento delle previsioni contenute nel piano industriale determinò inoltre anche una valutazione erronea del prezzo delle azioni, perché basato su dati non più corrispondenti al vero, più alto probabilmente di quello che avrebbe dovuto essere nella realtà, da qui la contestazione sull’aggiotaggio.

Ostacolo alla vigilanza. Dati nascosti al pubblico ma anche alla stessa Consob, da qui l’ostacolo alla sua funzione di vigilanza, al quale si affianca quello perpetrato nei confronti di Bankitalia alla quale venne consegnata una versione del piano industriale molto simile a quella prodotta dalla società di consulenza Boston Consulting Group, ma diversa da quella approvata dal Cda di Carife. “C’è un chiaro interesse del management di Carife di tranquillizzare la vigilanza – specifica il pm Longhi, riprendendo argomentazioni più tecniche della collega Cavallo -, facendo vedere che adottavano il piano più aggressivo e non quello più morbido”. Esempio: Esempio, la “riduzione della compagine impiegatizia, che viene rappresentata a Bankitalia ma che non c’è nel piano approvato dal Cda, non verrà realizzata se non in minima parte e infatti è oggetto di rilievi da parte degli ispettori nel 2013. Si potrà fare un applauso al Cda che non voleva licenziare la gente, va benissimo, ma lo doveva dire”.

Formazione fittizia del capitale con sottoscrizioni reciproche. Uno dei punti nodali dell’accusa è quello delle sottoscrizioni reciproche di capitale effettuato con la collaborazione di CariCesena e di Valsabbina. Per la procura non c’è alcun dubbio che siano reciproche dato che nel 2011, le due banche sottoscrissero azioni Carife rispettivamente per 5 e 10 milioni di euro, e Carife – utilizzando anche le controllate Carife Sei e Banca di Romagna – fece altrettanto (pur se non solo azioni di nuova emissione ma anche già circolanti). Operazioni che, di fatto, sterilizzano 15 milioni di euro e che per la procura impediscono nella realtà a Carife di raggiungere l’obiettivo di 150 milioni. “Di fatto – dice il pm Longhi – Carife ha finanziato almeno parzialmente il proprio aumento di capitale”. A testimonianza del fatto che fosse un’operazione quanto meno a rischio, la procura cita una mail con titolo “Linguaggio comune”, in cui  Sette a Filippini si accordano per individuare e riferire le stesse motivazioni alla vigilanza in merito alle operazioni con Valsabbina e CariCesena. Sette informa di aver personalmente condiviso le informazioni con i propri interlocutori delle altre banche, la stessa cosa aveva fatto Forin e Filippini assicura dicendo che aveva già fatto anche lui. “Se le ragioni fossero state trasparenti – osserva Longhi – non vi sarebbe stata nessuna necessità di stabilire una concordata versione dei fatti”.

La bancarotta. I pm hanno ben chiaro che nessuno degli imputati avesse in mente di mettere in ginocchio Carife, ma ciò non impedisce di escludere che le loro condotte abbiano avuto come risultato ultimo proprio il crac della banca, realizzando l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, il reato più grave contestato ai vertici della banca, a cui hanno concorso attivamente anche i vertici di CariCesena e Valsabbina.

Si torna in aula lunedì 14 gennaio, toccherà agli avvocati della Banca d’Italia e alle altre parti civili.

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