Mar 11 Dic 2018 - 1387 visite
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Processo Carife. Lenzi e il miraggio di rimanere banca del territorio

Nell'udienza di lunedì sentiti l'ex presidente del Cda e l'ex dg Forin. Sentenza entro febbraio per battere la prescrizione

Sergio Lenzi, ex presidente del Cda di Carife

L’indipendenza di Carife – o, se vogliamo, il mantenimento della sua territorialità – è il fil rouge dell’udienza di lunedì 10 dicembre, ultima della fase istruttoria, nel processo sull’aumento di capitale del 2011 che, se verrà rispettato il calendario dai ritmi serrati, stilato in modo da evitare la prescrizione, si concluderà entro la prima metà di febbraio .

Quella volontà di indipendenza da legare – almeno secondo quella che appare l’interpretazione dell’accusa, come suggerito anche dal consulente Giuliano Iannotta – proprio alle modalità con cui è stato fatto l’aumento di capitale, bypassando le indicazioni della Banca d’Italia sulla necessità di trovare partner industriali solidi e sull’opportunità di incrementare l’aumento di capitale e portarlo almeno a 180 milioni.  Protagonisti dell’udienza – durata dalle 9 del mattino e fino alla sera – sono stati Sergio Lenzi, ex presidente del Cda, imputato in questo processo, che ha deciso di sottoporsi all’esame, e Daniele Forin, che fu direttore generale negli anni dell’aumento di capitale e prima del commissariamento.

Carife voleva rimanere indipendente. È stato proprio Forin a dire esplicitamente che “quando mi assunsero mi dissero che la banca voleva mantenere la sua indipendenza”. “Se avessero avuto bisogno di avere partner industriale, non avrebbero avuto bisogno di un dg nuovo. Non mi sarei spostato se non ci fosse stata la previsione di rilanciare un’azienda con tanti anni di storia, con la possibilità di applicare un modello di business utile per il futuro: meno sportelli, più consulenti, più home banking. È stato il motivo per cui mi hanno selezionato, purtroppo. Mi dissero – ha continuato Forin – ‘faremo l’operazione con il territorio, dove ci sono aziende e anche famiglie ricche’”.

Mantenere la Fondazione in maggioranza. Prospettiva confermata anche da Lenzi: “Nelle aspettative e in tutte le attività pubbliche della Fondazione c’era l’obiettivo di mantenere, se possibile, la maggioranza, non fosse altro per mantenere il supporto all’economia locale. Fino a quando è arrivata la seconda ispezione nel 2012-2013 era possibile, in definizione di un perimetro operativo di ritornare banca locale”. Lenzi, parlando a proposito della sua preoccupazione per il valore delle azioni (21 euro, meno dei valori precedenti) ha affermato che “i piccoli azionisti per primi si mostravano disponibili”, inserendosi fra loro: “Sono stato il presidente che ha avuto più azioni di tutti i presidenti, 10mila, ed ero preoccupato per il mercato dei piccoli azionisti in merito a un’ulteriore decurtazione del prezzo”.

Insomma, l’obiettivo del nuovo management entrato in attività nel 2010 era ripulire Carife dagli asset ormai marciti (come tutto il ‘pacchetto’ dei crediti Siano e i fondi Calatrava, Aster, poi Commercio e Finanza) e farla ritornare la banca che era all’origine, una vera cassa di risparmio locale, più attenta nella concessione del credito e nella valutazione dei rischi. Obiettivo che forse le ha però impedito di sopravvivere, conducendola verso il crac.

Daniele Forin, ex dg di Carife

Indipendenza e Unipol. Questa prospettiva di rilancio come banca del territorio e per il territorio è da legare per prima cosa con la vicenda Unipol, che, si ricorderà, si era mostrata disponibile a intervenire in aiuto di Carife, con l’intento però di assorbirla in futuro. Sul perché l’operazione non andò mai in porto, Forin è abbastanza lapidario: “Chiederei alla proprietà”, ha risposto alla domanda del pm Barbara Cavallo, sottolineando però quell’opzione si presento però dopo l’aumento di capitale: “Stiamo parlando di due cose che hanno valenza differente, e poi se non è andata avanti è perché la proprietà non ha ritenuto di portarla avanti”.

Indipendenza a incremento dell’aumento di capitale fino a 180 milioni. Forin ha anche riferito di essere stato sorpreso dalla lettera di Bankitalia in cui si chiedeva di ampliare l’importo massimo dell’aumento di capitale fino 180 milioni, in modo da tenere il Tier-1 ratio all’8%: “Eravamo concentrati sulla cifra dei 150 milioni di euro”, ha riferito, sostenendo anche non ci furono interlocuzioni precedenti, anche se in realtà ci fu una email dell’avvocato Danilo Quattrocchi del 31 marzo 2011, indirizzata Forin, Guido Reggio e Davide Filippini in cui si parla della possibilità di aumentare fino a un importo massimo di 180 milioni di euro. Sul tema Lenzi ha invece sostenuto di non saperne molto, soprattutto di non essere stato all’epoca a conoscenza dell’interlocuzione con Bankitalia, se non quando la lettera approdò in Cda: “Quando la ricevemmo chiesi al direttore come parallelamente a un aumento di 150 milioni ci chiedevano un altro aumento. Lui disse che dopo l’interlocuzione con dott. Di Salvo (Carlo, ispettore di Bankitalia, ndr) era tecnicamente impossibile, anche perché era già stata approvata l’assemblea e o si andava per i 150 milioni o si sospendeva e si rifaceva il prospetto per 180 milioni”. Anche qui la procura ha richiamato la lettera di Quattrocchi in cui il parere del legale è che non ci sia bisogno di aggiornare l’assemblea, in più la pm Cavallo ha fatto presente che il prospetto informativo, al tempo, non era stato ancora redatto.

Mantenere il ruolo di controllo della Fondazione. E qui c’è l’altro aspetto problematico del mantenimento della ‘territorialità’, perché l’incremento dell’aumento di capitale costituiva forse un ulteriore problema per la Fondazione Carife che non aveva la possibilità di intervenire in prima istanza nell’aumento di capitale. Secondo le ipotesi accusatorie, infatti, il management di Carife aveva cercato di limitare l’ingresso di investitori ‘forti’ in modo da non farle perdere il controllo della banca. In questo contesto vanno dunque inquadrate anche le domande sulla circolare interna della Carife destinata ai dipendenti che dovevano piazzare le azioni dell’aumento di capitale: non si faceva alcun riferimento alle indicazioni di Banca d’Italia sulla tipologia di investitori da cercare, ma solo alla necessità di rispettare la direttiva Mifid. La pm Cavallo ha contestato che vennero vendute azioni anche a investitori con un profilo di rischio basso, ma Forin ha risposto che venne “fatta un’ispezione successiva e non c’erano state anomalie e non c’erano stati cambi di classificazione (degli investitori, ndr) per migliorare la situazione”. Della circolare Lenzi ha detto invece di non averne avuto conoscenza e sul tipo di investitori da cercare ha spiegato che “il consiglio non ha mai dato nessun tipo di indicazioni, ha solo votato la delibera per dare l’incarico a uffici interni e al consulente. L’unica attività che ho svolto in quel frangente è stata quella di invitare Generali, Fondazione Cassa di risparmio di Imola e la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, investitori istituzionali, che conoscevo personalmente, per chiedere se erano disponibili a sostenere Carife”.

Sulla crisi ‘finale’ di Carife, quella iniziata con la vigilanza del 2012-2013 che portò al commissariamento, sia Forin che Lenzi hanno affermato che molte rettifiche dei valori dei crediti richiesti dalla Banca d’Italia avvenne per via di un mutamento dei criteri proprio da parte dell’organo di vigilanza. Ma, controinterrogando Lenzi, l’avvocato di Palazzo Koch ha fatto notare che non risultano atti di Bankitalia di questo tipo riferiti al periodo in esame, quando il Cda di Carife venne sanzionato per un’errata valutazione dei crediti e per lo scarso vaglio critico sulle azioni del dg.

Prime di Lenzi e Forin è stato sentito l’ex dg di Banca Valsabbina Spartaco Gafforini, che ha parlato degli scambi reciproci di azioni tra le due banche, spiegando c’era tra loro un “mutuo soccorso”, ma che dal suo punto di vista fu tutto pienamente regolare. Dalle sue parole peraltro viene al conferma ‘esterna’ della volontà di Carife di rimanere banca del territorio. L’intervento nell’aumento di Carife  “era un modo di aiutare una consorella che aveva avuto qualche piccolo problema per cercare di risollevarsi e mantenere lo status di banca locale”.

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