Aveva preso il treno che la portava come ogni giorno a Castel San Pietro, in provincia di Bologna. Quella mattina d’autunno del 2010 c’era solo un’altra persona nello scompartimento. Lei, 26 anni, non vedente, ne aveva avvertito la presenza da piccoli rumori.
A un certo punto il passeggero le si avvicina. “Tu mi piaci”, le dice. “Sono cieca”, la sua risposta sbrigativa per chiarire ogni possibile equivoco. Ma lui insiste. La bacia e la palpeggia. Lei lo ha allontanato e alla prima fermata è scesa cercando aiuto. È stata fermata dal capotreno. A lui ha raccontato quanto successo. L’unico particolare che riesce a riferire è l’accento africano del molestatore. Il dipendente delle ferrovie è salito sul convoglio e ha identificato l’unica persona presente nel vagone, un giovane sui 30 anni, Benson Ayanugo.
Ieri, al processo per violenza sessuale, la difesa, sostenuta d’ufficio dall’avvocato Francesca Scagnolari, ha sostenuto che l’imputato – contumace – avrebbe solo chiesto se il treno era diretto a Ferrara. L’accento dell’uomo, del Niger, inoltre, avrebbe ascendenze francesi più che africane. In caserma però la vittima – parte civile assistita dall’avvocato Irene Costantino – aveva riconosciuto la voce dell’uomo.
In aula sono stati sentiti il capotreno, un maresciallo dei carabinieri e la persona offesa a porte chiuse.
Al termine della discussione il pm Filippo Di Benedetto ha chiesto la pena di tre anni e un mese. Il giudice collegiale (Matellini, Rizzieri e Attinà) ha concesso le attenuanti generiche (incensurato e fatto di lieve entità), condannando l’imputato a un anno e 8 mesi con la sospensione della pena.
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