Copparo. “Copparo, costi occulti a 100mila euro”. È il titolo inquietante che campeggiava il 19 maggio a pagina 13 del Sole 24ore. Sotto la lente del quotidiano finanziario è finito il contratto stipulato dall’amministrazione con Unicredit. Un contratto derivato, il tanto temuto “swap”, della durata di 15 anni che, secondo l’articolo a firma Marcello Frisone, comporterebbe per la municipalità un costo di oltre 100mila euro per le commissioni implicite. Non solo. In base a quanto stipulato, tra rate versate e incassate l’ente locale avrebbe un saldo negativo di circa 44mila euro.
Per capire gli ingranaggi del “collar swap”, la tipologia di derivato in questione, bisogna partire dal 27 luglio 2005. Da quando cioè Copparo e Unicredit si stringono la mano. L’accordo prevede che il comune incassi un tasso fisso del 5,45% fino a giugno 2010, che diventa del 5,46% fino alla scadenza del contratto (dicembre 2020). Secondo il piano di ammortamento il comune paga alla banca il tasso variabile Euribor a sei mesi maggiorato di uno spread dell’1,90% che tuttavia decresce nel tempo fino ad arrivare allo 0,80% negli ultimi cinque anni di contatto.
“A complicare il contratto – si legge nell’articolo – si aggiunge che l’opzione floor comporta per Copparo un pagamento minimo del 5% crescente nel tempo per arrivare al 5,20% negli ultimi anni, mentre il cap fa sì che i pagamenti variabili del Comune non possano mai essere superiori al 9% per tutta la durata del contratto. Per la scadenza del prossimo 30 giugno, infine, è previsto per l’ente l’incasso di un tasso fisso del 5,46% e il contemporaneo pagamento dell’Euribor a sei mesi più l’1,10% con un minimo del 5,10% e un massimo del 9%”.
In sostanza, il tasso fisso si trasforma in variabile e le somme incassate sono di poco superiori a quanto pagato ogni mese. E questo solo perché in tempi di crisi il tasso Euribor è molto basso, altrimenti la sconvenienza del do ut des sarebbe stata ancora più marcata. Lo spiega Massimiliano Palumbaro di Cfi advisors di Pescara, intervistato da Frisone: “l’utile che l’ente riceve dal contratto è compreso tra lo 0,45% e lo 0,26, ma in caso di rialzo dei tassi variabili il rischio massimo cui l’ente è esposto arriva al 3,54 per cento”.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Il contratto derivato nasce in sostituzione di due precedenti swap sottoscritti nel 2002 e nel 2003. I due swap vedevano al momento della sostituzione un “saldo” negativo per il Comune di 20mila euro. “Tuttavia – scrive il “Sole” – l’importo è stato compensato con un upfront ricevuto dall’ente per l’apertura del nuovo swap, il cui valore iniziale, stando ai conteggi forniti da Cfi, era sempre negativo per il comune di 122mila euro”.
La differenza sono quei centomila euro che significano la chiusura di “un debito potenziale di 20mila euro con uno di 122mila euro. I costi occulti applicati dalla banca per la sostituzione sarebbero stati dunque di 102 mila euro”. Negativi sono anche i flussi netti periodici che questo contratto avrebbe generato sino ad oggi: 44.479, 91 euro.
L’articolo del quotidiano di Confindustria intravede però una via d’uscita. Se il municipio uscisse adesso dal contratto incasserebbe 28.900 euro. Ma – mai come in questi casi – il tempo è denaro.
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