Cronaca
28 Gennaio 2010
La disavventura del ferrarese Ferruccio Mazza nel Giorno della Memoria

Come dimenticare gli eroi

di Marco Zavagli | 4 min

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Ferruccio Mazza

Doveva essere il suo momento. Un momento atteso da oltre 60 anni, da quando era sopravvissuto a un lager tedesco. In fondo dovrebbe essere questo il senso del Giorno della Memoria. E invece, per il ferrarese Ferruccio Mazza, 89 anni, il 27 Gennaio è stata una giornata che si ricorderà sicuramente, ma non come avrebbe voluto.

Ieri, questo ex deportato ai lavori forzati nei campi di prigionia a Ludwischafen prima e ad Annweiler poi, dove trovarono la morte migliaia di prigionieri per la più parte militari, doveva ricevere dalle mani del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, al Quirinale, la medaglia d’oro.

La medaglia l’ha ricevuta, ma non nel modo che normalmente si attribuisce a tale gesto in tale giorno. Da molto tempo l’Anpi di Ferrara chiedeva questo riconoscimento per uno dei propri iscritti più anziani e una delegazione l’ha accompagnato a Roma per fargli vivere al meglio quell’emozione. Con lui c’era Daniele Civolani, il presidente provinciale dell’associazione. La sua giornata inizia a notte fonda. I premiati devono entrare tassativamente alle 8, perché alle 8.30 avrebbero chiuso i cancelli del Quirinale. “Potete immaginare Ferruccio – racconta Civolani -, già in difficoltà per indossare l’abito blu e la cravatta, che non si metteva più dal tempo del mio matrimonio, quattro anni fa, e con la paura di arrivare tardi”. Alle 7.45 sono davanti al Quirinale, ma non sono i soli. Accanto a loro tanti altri arrivati ancor prima, con i loro fazzoletti al collo, i berretti piumati, le medaglie al petto.

“Ci hanno fatto entrare puntualissimi nel grande cortile d’onore e ci hanno messo in fila davanti alle porte col metal detector – continua Civolani -: bene per gli accompagnatori, ma i premiati? La metà aveva il pace maker e non passava e allora li hanno perquisiti manualmente, un’altra fetta consistente non camminava senza bastone e doveva essere tenuta per mano, gli altri si dovevano spogliare dei trofei e delle insegne, medaglie e gagliardetti, restavano quelli sulla sedia a rotelle che, a loro volta sono stati perquisiti manualmente. Tenendo conto che l’età media dei premiandi era superiore agli 85 anni, penso che a loro si potesse evitare l’esperienza”.

Finalmente li hanno fatti salire. Ma le altissime rampe dello scalone d’onore mettono a dura prova i non più giovani premiandi. “Infine ci hanno sistemati in un salone bellissimo – prosegue l’accompagnatore -: i commessi, cortesi e premurosi, hanno sistemato gli anziani nei posti predeterminati e gli accompagnatori nelle file finali; era tutto uno scattare di flash, una ricerca del posto strategico per inquadrare il proprio congiunto insieme al Presidente”.

Ma il Presidente non c’era. Tutti lo aspettavano ma alla fine, verso le 9.15, è arrivato il sottosegretario Gianni Letta e la cerimonia è iniziata. “Una signora chiamava l’onorando e Letta gli consegnava la medaglia, in rigido ordine alfabetico, da Albano a Zaccaria – annota sconsolato il presidente dell’Anpi di Ferrara -. Alle 9.45 la cerimonia è finita, potete andare, nella sala a fianco si premiano alcune scolaresche, là c’è Napolitano, se volete potete andarci: tutto ciò detto da un commesso perché Letta era già scomparso”.

“Confesso la mia delusione e la rabbia – commenta amaro Civolani -, comune a quella di tutti e allo stupore evidente di tutte quelle degnissime persone che avevano creduto che ricevere quel riconoscimento da parte dello Stato fosse una cosa importante e solenne. Il Presidente avrebbe potuto venire a dare un saluto, capisco gli impegni, ma a queste persone bastava una stretta di mano e si sarebbero sentite in paradiso. Gianni Letta non ha detto neanche buongiorno, neanche arrivederci, non ha detto nemmeno grazie a ciascuno dei vecchi signori che gli si avvicinavano e cercavano di raccontargli un particolare anche piccolissimo della loro terribile esperienza, una esperienza che ha contribuito in modo fondamentale a restituire la dignità all’Italia. Due parole volevamo, due parole anche solo di circostanza e un grazie di cuore, sarebbero bastati, invece ci siamo dovuti accontentare del sorriso laccato e ipocrita di Letta. Non si premiano così neanche i cavalli”.

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