di Tommaso Piacentini
Aila Shrouq sta facendo colazione insieme a suo marito, il suo habibi, con a fianco la loro figlia di 9 mesi. Sono passate due settimane da quel 7 ottobre 2023, data dell’attacco di Hamas in territorio israeliano e dell’inizio del genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi.
È nella pratica della quotidianità, nell’ordinario che diventa straordinario, che comincia l’immedesimazione con Shrouq e anche durante la presentazione del libro “Hanno ucciso Habibi”, tenutasi il 19 giugno agli Emergency days al centro sociale Il Parco, è stato inevitabile riconoscersi in questa quotidianità.
Questo perché è la storia di una famiglia ordinaria, è il racconto di un matrimonio, di un viaggio di nozze, dell’attesa e della nascita di una figlia. È la storia di gesti d’amore, come quello che il marito di Shrouq ha compiuto nei confronti della figlia quando, in questa quotidianità, è subentrato l’orrore della guerra: mentre stanno facendo colazione, infatti, tra tazze e bicchieri della loro casa nella striscia di Gaza, un missile israeliano irrompe nella loro quotidianità, devastandola. Il suo habibi resta gravemente ferito dopo aver fatto scudo con il proprio corpo a quello gracile della figlia. Morirà poco dopo nel trasporto verso l’ospedale.
È da questo momento che inizia il dramma di una madre e di una vedova che, attraverso il dolore, fa emergere la propria forza, una forza esente dalla ricerca del vittimismo.
Il libro, come ha spiegato la responsabile della redazione Wetlands – la casa editrice veneziana che l’ha dato alle stampe – Clara Zanardi, “è una denuncia, ma anche un inno alla vita” in cui “Shrouq ha fatto emergere la propria storia”.
“Shrouq non ha mai voluto lasciare Gaza, perché è molto legata alla sua terra”, ha spiegato Zanardi, una terra a cui non è concesso nemmeno il riposo alle proprie vittime “perché le sepolture vengono continuamente deturpate da Israele, che non permette nemmeno il lutto”.
Nonostante la morte del marito, però, Shrouq si rimbocca le maniche: non solo accudisce da sola la figlia, ma decide anche di aprire un orfanotrofio dove accogliere alcuni dei più di 5mila bambini rimasti senza genitori a causa della guerra.
È in questo momento che la casa editrice Wetlands entrerà in contatto con Shrouq: alla ricerca di una “storia che bucasse la percezione della vicenda”, in un occidente che difficilmente riesce ad assimilare a pieno tutti gli orrori della striscia di Gaza, Zanardi viene a contatto con questa donna. Durante una videochiamata, le due quotidianità si scontreranno: da una parte dello schermo una donna “in un bel salotto veneziano”, dall’altra “Shrouq sotto un bombardamento israeliano, con la faccia scavata dalla carestia”.
Shrouq accetterà di scrivere il libro “a condizione di poter scrivere la parola genocidio” e lo farà tra il maggio e l’agosto del 2025. Da quel momento si avvierà una catena di solidarietà nella filiera editoriale: tipografi, traduttori, grafici e produttori lavoreranno gratuitamente in modo da poter devolvere la totalità dei ricavi dalle vendite direttamente a Shrouq.
“Abbiamo venduto più di 7mila copie – ha spiegato Zanardi -. Chi l’ha letto ha detto di non aver mai trovato una parola di odio: è una storia di vita che ha permesso di superare ogni barriera di pregiudizio. In un momento storico in cui abbiamo l’opportunità di vedere un genocidio in diretta, davanti a queste immagini la mente tende a non metabolizzare perché troppo dure. Le parole di Shrouq, invece, hanno superato questa barriera”.
A quella di Shrouq si affianca la storia di Riccardo Sartori, infermiere di Emergency nella striscia di Gaza, che nell’incontro di venerdì ha dato la propria testimonianza da sanitario nell’emergenza: “Sono entrato a Gaza nel gennaio del 2026, tre mesi dopo il cessate il fuoco – ha dichiarato Sartori -. Quello che ho visto è un volersi accanire contro le persone comuni. Da quando c’è stato il cessate il fuoco, nell’ottobre del 2025, i bombardamenti sono continuati, c’è stato un controllo serrato del territorio e gli obiettivi militari sono ancora perseguiti”.
“Io sono un sanitario, il mio lavoro è cercare di aiutare quando c’è una malattia. Lì non si può fare né prevenzione né cura: in questo momento Gaza è un paziente con il cancro che non sta ricevendo cure”.
Non avendo accesso alle medicine, perché bloccate al confine con la striscia dall’esercito Israeliano, i medici si trovano a dover lavorare – quando ci sono – con farmaci di terza scelta: “Avevamo un paziente a Gaza affetto da Parkinson, una malattia che, senza cure, blocca a letto il paziente: non riusciva a deglutire perché i muscoli erano bloccati, aveva lesioni da decubito. Noi sapevamo che sarebbe morto, ma la frustrazione più grande è stata quella di non aver avuto accesso alle cure palliative”.
Poi Sartori ha illustrato una sua giornata-tipo: “Nella mia giornata facevo raccolta di dati statistici, messi in rete assieme agli operatori dell’Onu. Poi gestivo la farmacia: oggi abbiamo risorse che dovrebbero durare fino alla metà di luglio, ma stiamo usando farmaci di terza scelta per curare delle patologie anche croniche”.
Infine, alla domanda sul rapporto con la popolazione locale, il sanitario di Emergency ha confermato l’impressione data dalla lettura di “Hanno ucciso Habibi”: “Vivendo con loro traspare che sono persone come noi, trovatisi in questa situazione e che cercano la normalità nell’anormalità. Non cercano vittimismo, anche con i colleghi ho voluto che rimanesse così: non volevo categorizzarli come vittime del conflitto”.
Alla fine, rimane l’umanità: “Ci ringraziavano per essere lì”.
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