Cronaca
30 Ottobre 2026
Sentita la collega di Matteo Nocera, l'ex infermiere accusato dell'omicidio volontario pluriaggravato dell'83enne Antonio Rivola. Quella notte i due erano in turno assieme: "Il paziente aveva vomitato, ma non lo vedevo grave. Poco dopo mi disse che era morto"

Omicidio in ospedale. “Mi disse di non dire nulla, ma di lasciar parlare lui”

di Davide Soattin | 3 min

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Argenta. Alcuni giorni dopo la morte del paziente 83enne Antonio Rivola, quando sorsero i primi dubbi, Matteo Nocera – l’ex infermiere di Lugo a processo per l’omicidio volontario pluriaggravato dell’anziano – avrebbe avuto un confronto con la collega in turno con lui quella notte in Lungodegenza. Le avrebbe detto di non dire nulla su quanto accaduto, di lasciare parlare lui se qualcuno avesse chiesto qualcosa. Le avrebbe inoltre consigliato di dire che era nel proprio settore, che non ne sapeva niente e che il paziente lo aveva seguito lui, aggiungendo che se avesse parlato sarebbero nati dei grattacapi.

La circostanza emerge da un’intercettazione telefonica del 2 ottobre 2024 tra l’infermiera stessa – sentita ieri pomeriggio (giovedì 29 ottobre) davanti alla Corte d’Assise – e la sorella, mentre il faccia a faccia sarebbe avvenuto nella cucinetta del reparto di Lungodegenza Geriatrica Riabilitativa dell’ospedale Mazzolani-Vandini di Argenta.

“Mi disse che se mi avessero chiesto qualcosa ci avrebbe pensato lui”, ha riferito la testimone davanti ai giudici. “Gli chiesi il perché e gli dissi che avrei raccontato comunque quanto era successo e che non vedevo quale fosse il motivo per cui non dovevo dire niente”. Un comportamento che l’ha colpita: “Era tranquillo, ma mi è sembrato molto strano“. “Mi sono sentita a disagio“, ha aggiunto, precisando di non aver avvertito – almeno in quel momento – un tono minatorio, salvo poi ripensarci e ritenere che quel consiglio potesse essere stato in realtà una “minaccia velata“.

La donna informò quindi la coordinatrice di quanto le aveva detto il collega, raccontandole anche quanto accaduto quella notte: “Ci redarguì dicendoci che dovevamo scrivere tutto sul diario infermieristico perché Nocera non aveva scritto nulla di quanto accaduto quella notte. Ma nella fretta può capitare di dimenticare di scrivere. Anche altre volte ci aveva rimproverato”. In particolare, l’ex infermiere avrebbe omesso di annotare l’episodio di vomito che aveva colpito Rivola e la somministrazione di un farmaco avvenuta poco prima della morte.

Rivola, paziente con patologia tumorale in fase avanzata, viene ricordato dall’infermiera come “un uomo tranquillo, lucido, orientato e collaborante“, con un quadro clinico “stabile”. “Era stato ricoverato per controlli ma anche perché vomitava spesso”, ha proseguito.

In aula la testimone ha quindi riavvolto il nastro alla nottata tra il 4 e il 5 settembre 2024. Erano circa le 5 del mattino quando sentì il paziente vomitare. Entrata in camera, avvisò Nocera perché si trattava del suo settore: in quel momento il collega era nella cucinetta, a porta chiusa, e stava riposando. Nocera la raggiunse, entrò con lei nella stanza e poi uscì. Poco dopo vi rientrò con una flebo, mentre l’infermiera si era allontanata per occuparsi degli altri pazienti. Fu in quel momento che la raggiunse per dirle che l’anziano era morto.

“Quando sono uscita dalla stanza ansimava, ma non lo vedevo grave. Altrimenti sarei rimasta lì ad aiutare Nocera”, ha spiegato. La donna ha riferito di essere poi tornata in camera, di aver accertato il decesso e di aver chiamato il medico di turno. Quanto alla flebo, ha detto di non aver visto Nocera iniettare farmaci nella boccetta di soluzione fisiologica che teneva in mano insieme al deflussore. Secondo l’accusa, in quella flebo ci sarebbe stato l’Esmeron, che avrebbe causato la morte. Un farmaco che, ha aggiunto, “da quando lavoro lì non è mai stato usato, nemmeno nei miei 38 anni di carriera”.

Il procedimento tornerà in aula il 19 novembre.

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