Attualità
27 Settembre 2026
Lino pubblica le frasi che i bambini avrebbero dovuto leggere al Mazza e si rivolge ai "controllori" di Questura e Lega Calcio. Con Patrizia Moretti rinvia anche la consegna della maglia da parte della presidenza della Spal

La rabbia del padre di Aldrovandi: “Caro Federico, dai ancora fastidio”

di Elena Coatti | 4 min

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La maglia era pronta a diventare un gesto di memoria. Ma per riceverla, adesso, non è il momento. Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti hanno deciso di declinare l’invito della presidenza della Spal, che in occasione della partita di oggi contro il Vianese aveva proposto ai genitori di Federico la consegna di una maglia per ricordare il ventunesimo anniversario della morte del figlio.

Non è un rifiuto dell’iniziativa, che Lino dice anzi di apprezzare. È una consegna “messa in stand by”, in attesa di “momenti più felici per onorare Federico”. Perché dopo quello che è accaduto nelle ultime ore, spiega il padre, sarebbe difficile trasformare quella giornata in una cerimonia.

“Non me la sento di fare la passerella davanti alla Curva – confessa Lino – e, soprattutto, non me la sento di abbinare un momento di festa a un contesto come quello attuale“. La maglia, dunque, potrà essere consegnata più avanti. Resta il riconoscimento verso la società e verso la presidenza per aver pensato all’iniziativa. Ma il clima, oggi, è un altro.

Ieri infatti la Curva Ovest ha reso noto che il momento con cui i tifosi avrebbero voluto ricordare Federico Aldrovandi insieme ad alcuni bambini sarebbe saltato, costringendoli così a cancellare l’intera coreografia.

Sui motivi precisi dello stop manca ancora la versione della Questura. Non è quindi possibile, allo stato attuale, stabilire quali parole siano state formalmente contestate e sulla base di quale valutazione.

Ma nella tarda serata di sabato Lino ha deciso di rendere pubblici proprio quei pensieri. Lo ha fatto su Facebook, lo spazio che da anni utilizza come un diario aperto dedicato al figlio. Questa volta il tono è diverso.

“Caro Federico, dopo ben 21 anni siamo ancora alle solite, dai ancora fastidio”, scrive. Lino Aldrovandi è stato in tutti questi anni una delle voci più attente a non trasformare la vicenda del figlio in un’accusa indistinta contro le forze dell’ordine. Lo ribadisce anche adesso: “Nessuno, né tantomeno io, ha mai puntato il dito sull’istituzione Polizia, ci mancherebbe”. Per lui le forze dell’ordine sono “valori imprescindibili” di una società civile e democratica e “le responsabilità dovranno essere sempre personali e non dovranno mai coinvolgere chi non c’entra niente”.

È proprio per questo che il resto del post pesa ancora di più, perché questa volta, sotto la consueta misura, si percepisce la rabbia.

Lino pubblica una per una quelle che, con amara ironia, definisce le frasi “terribili, violente ed eversive” che i bambini avrebbero dovuto leggere al Mazza.

Sono queste: “Ti darei il cuore per vivere felice”; “Direi ad alta voce: voi siete dei poliziotti! Dovete difendere, non ammazzare!”; “Aprirei tutto il mio cuore, diventerei un angelo e ti aiuterei”; “Ti salverei e ti difenderei, non lascerei che quegli assassini di uccidessero”; “Ti prenderei in braccio per scappare lontano”; “Chiamerei un raduno di persone per aiutarti”; “Ti darei la mano e scapperei il più forte possibile”; “Ti difenderei e ti porterei a casa dai tuoi genitori”; “Ti aiuterei a urlare con tutta la mia voce e dire: Fermi! Lasciatelo stare”; “Ti aiuterei a gridare e scappare insieme”; “Ti direi di non andare a piedi e di venire in macchina con me, così quei poliziotti non ti fanno male”; “Starei con te e ti manderei a casa senza che ti uccidano”; “Ti direi di non andare a casa e di restare a parlare un po’”; “Verrei con te e, se vediamo qualcuno che ci vuole fare del male, chiamiamo i nostri genitori”.

E infine: “Voglio ricordarti e parlare di te ai miei amici, ai miei genitori oggi e ai miei figli domani, affinché non accada di nuovo a nessuno. Questo lo posso fare, per te Federico e per tutti noi”.

Lino le rilegge e scrive di non riuscire a vedere la violenza che sarebbe stata ravvisata, “se non forse in una parola”. Non dice quale. Poi si rivolge idealmente proprio ai “controllori” e li immagina un giorno passare davanti all’Ippodromo insieme a un figlio o a un nipote e trovarsi davanti al memoriale dedicato a Federico.

“Raccontate Federico ai bambini. Portatelo con voi. Ovunque”, scrive. Questa volta avrebbero dovuto essere proprio dei bambini a raccontarlo, ma quelle parole non arriveranno oggi sul prato del Mazza.

“Caro Federico, non ce n’era proprio bisogno di questo irrigidimento – conclude Lino -. È come se una ferita si fosse riaperta con tutto il suo sangue e il suo dolore”.

Poi l’amarezza si concentra in due righe: “Grazie Questura. Grazie Lega (Calcio, ndr)”.

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