Per intervistare Augusto Ferrari bisogna, per prima cosa, accettare la sua regola fondamentale: andare piano. Non perché parli lentamente, tutt’altro. In un’ora di conversazione attraversa mezzo secolo di musica, Pitagora e Talete, i bambini delle elementari, Omar Pedrini, Moni Ovadia, l’intelligenza artificiale, i rifugiati di Lampedusa, il vinile, la paura dello straniero, sua moglie Tania e persino un bruco che rischia di perdersi nell’erba come un essere umano tra i grattacieli.
Le digressioni sono continue, ma forse è proprio questo il punto. Perché al centro di tutto c’è un’idea semplicissima: conoscere richiede tempo.
È da qui che nasce “Il Bosco dell’Armonia – Viaggiare con lentezza sul cammino della Conoscenza”, lo spettacolo che oggi – domenica 30 agosto – alle 21 chiuderà il Ferrara Summer Festival. Il programma ufficiale lo attribuisce ad Augusto Ferrari ed Enrico Luparia, con Omar Pedrini e il contributo vocale di Moni Ovadia. Luparia, però, non sarà a Ferrara: “Cinque giorni fa gli è nata una bambina”, racconta Ferrari.
E definirlo concerto sarebbe riduttivo. “È un’opera teatrale. Sto trasformando il libro in un’opera e quella di Ferrara sarà una specie di estratto in versione Buskers”. Di certo, scherza, per ora ci sono soltanto “due canzoni”: una all’inizio, eseguita da Ferrari, e una alla fine, il cui ritornello verrà insegnato al pubblico. In mezzo può succedere di tutto.
“Farò freestyle: parto dal testo, poi mi allargo e improvviso. Dipenderà dal momento e dall’atmosfera”. E a Pedrini ha dato indicazioni altrettanto precise quanto anarchico: “Gli ho detto: Omar, lascia andare la tua chitarra. Fai il blues, fai il vento, fai quello che vuoi”.
Sul listone Ferrari non sarà soltanto il musicista che con gli Art Fleury ha attraversato l’avanguardia italiana tra progressive, sperimentazione e new wave. Sarà soprattutto “Maestro Augusto”, e a un certo punto diventerà persino Pitagora.
“Il libro l’ho scritto pensando ai bambini”, racconta. Una storia di formazione “per lettori dagli 8 ai 108 anni”, costruita in capitoli che possono vivere autonomamente “come gli episodi di una serie tv”. Nel Bosco si incontrato Talete, Pitagora e un bruco di nome Eraclio; c’è l’Albero della Conoscenza, cade una mela e da quella mela comincia un viaggio. “Il mio Bosco dell’Armonia è il mio mondo ideale”.
Prima che comincino musica e racconto, però, arriverà una voce. Sarà quella di Moni Ovadia, che leggera la “Costituzione del Bosco dell’Armonia”. Ferrari racconta di conoscerlo dal 1977 e di aver ricevuto la registrazione soltanto venerdì sera, alle 23.30. “L’ho mandata a mia moglie. Lei mi ha detto: ascoltala, ti commuoverai”. E così è stato. “Moni ha fatto un piccolo capolavoro. Il testo lo avevo scritto io, lo conoscevo. Ma ascoltandolo ho pensato: “Davvero l’ho scritta io questa roba?”.
Dentro una storia apparentemente per bambini c’è però una riflessione molto adulta. La parola chiave è contenuta già nel titolo: lentezza.
“La lentezza è relativa alla conoscenza”, spiega Ferrari. “Se uno prende tre lauree e, finita la terza, pensa di sapere qualcosa, quello è il peggior errore che può fare un essere umano: credere di conoscere perché ha già studiato. Io penso invece che ognuno possa aspirare ad arrivare a 108 anni se ogni anno ha ancora voglia di imparare qualcosa che non sapeva prima”.
I 108 anni non sono scelti casualmente. Ferrari guarda ai progressi della medicina, dell’alimentazione all’allungamento della vita: nel suo paese, racconta, conosce persone che hanno superato i novanta e persino i cento anni. Ma la longevità che gli interessa sembra essere soprattutto quella della curiosità. “La curiosità è il motore del farci stare bene. Fa bene agli esseri umani”.
“Quando le persone non sono più curiosa – spiega Ferrari – vedono gli stranieri e pensano che siano nemici. Se invece hai voglia di conoscere, ti avvicini, ci parli, ascolta la loro storia e racconti la tua. A quel punto cambia tutto: diventa impossibile vederli come nemici”.
Ferrari ha lavorato anche con i rifugiati arrivati attraverso Lampedusa. Un’esperienza che racconta come dolorosa: “Il mio cuore sanguinava a sentire le loro storie”. Dopo quella fase ha scelto di tornare ai bambini. “Sono tornato da loro per rinascere. E con i bambini sono rinato”.
Per questo insiste nel chiamare le elementari non “scuole elementari”, ma “scuole fondamentali”: “Perché sono veramente le prime per importanza. Io direi prima fondamentale, seconda fondamentale. Ho passato tredici degli ultimi diciotto anni della mia vita con i bambini”.
Ed è proprio osservandoli che Ferrari ha costruito una sua pedagogia della lentezza. “Se a un bambino fai una lezione veloce non capisce. Se invece giochi con lui, gli spieghi le regole del gioco e poi lo lasci divertire, diventa creativo. Noi siamo i creatori di noi stessi”.
Poi c’è Omar Pedrini. Anche qui bisogna rimettere in ordine i ricordi, perché la memoria corre più veloce del calendario. Pedrini forma i Sigma Six nel 1985; l’anno successivo, diventati Precious Time, arriva la vittoria al Deskomusic, il concorso bresciano riservato ai gruppi studenteschi. Solo successivamente nascerà il nome con cui entreranno nella storia del rock italiano: Timoria.
Gli Art Fleury, per quei ragazzi, erano già un riferimento della scena bresciana. Ferrari ricorda quel primo incrocio e poi un secondo incontro, molto anni dopo, casualmente da Eataly. “Omar mi ha visto, mi ha abbracciato e mi ha detto che ero stato il suo mentore. Lui è così, è spontaneo. Ha un cuore grande e delicato”.
Si scambiano i numeri. Ma a trasformare quella conoscenza in qualcosa di diverso è, paradossalmente, il dolore. “Quello che ci ha fatto diventare non amici, ma fratelli, è stata la sofferenza”. Ferrari racconta degli interventi al cuore affrontati da Pedrini e di quelli subiti nello stesso periodo dalla moglie Tanja, arrivata anche a trascorrere dieci giorni in coma. “Anch’io ho avuto i miei problemi”, aggiunge. Sono esperienze che hanno cambiato il peso delle cose e rinsaldato un rapporto nato decenni prima intorno alla musica. Oggi quel cerchio arriverà fino a Ferrara.
Ma Il Bosco dell’Armonia non guarda soltanto al passato. Ferrari arriva fino all’intelligenza artificiale e anche qui la parola da combattere è la stessa: paura. “Non dobbiamo avere paura dell’IA. Mi ha permesso di realizzare in pochi mesi uno spettacolo che avrebbe richiesto molto più tempo: è bravissima a prepararmi bibliografie e biografie dei filosofi che cito. Ma il libro lo scrivo io. La scienza deve andare avanti: non è l’intelligenza artificiale a fare la guerra, sono gli esseri umani”.
Lo stesso vale per la paura dell’altro: “Se hai voglia di conoscere uno straniero, gli parli, ascolti la sua storia e racconti la tua. Diventa impossibile vederlo come un nemico”.
È qui che ritorna il senso della lentezza: non andare piano, ma non considerarsi mai arrivati, continuando a conoscere e imparare per tutta la vita. “Bisogna imparare lentamente, sempre”.
Questa sera Ferrari proverà a raccontarlo in piazza con Omar Pedrini, la voce di Moni Ovadia, una mela, un bruco, qualche filosofo greco e un pubblico chiamato a cantare. Il resto sarà affidato all’improvvisazione.