Attualità
20 Luglio 2026
La violenza del G8 non si concluse con le cariche, la Diaz e Bolzaneto. Per i ferraresi che erano in quelle piazze la criminalizzazione del dissenso e della vittima è proseguita fino ad oggi: da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi

Da Genova al Dl Sicurezza: la lunga ombra della repressione

di Elena Coatti | 6 min

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Il ritorno da Genova non coincise con la fine della violenza. Per molti cominciò allora una seconda battaglia: raccontare ciò che avevano visto e riuscire a essere creduti.

Stefania Andreotti e Francesca Battista ricordano la difficoltà di guardare i telegiornali e leggere i quotidiani dopo essere rientrate a Ferrara. Le immagini mostravano alcune delle stesse strade dalle quali erano appena fuggite, ma il racconto sembrava appartenere a un’altra città

Al centro delle notizie c’erano quasi soltanto le vetrine infrante, le automobili incendiate e i black bloc. Restavano ai margini le mani alzate, le azioni nonviolente, i feriti, le cariche contro i manifestanti inermi e la sensazione di essere stati braccato per ore da chi avrebbe dovuto proteggerli e garantirgli il diritto di manifestare.

“Facevo fatica a spiegare quello che avevo vissuto”, racconta Battista. Alla rabbia si aggiungeva quindi il timore di non essere creduta. Per qualche tempo, sentire un elicottero riattivava immediatamente la paura provata a Genova.

Stefania Andreotti muoveva i primi passi nel mondo dell’informazione: già a diciannove anni si occupava di giornalismo. Al G8, però, non era andata come cronista. Era lì come cittadina attiva, perché credeva nelle rivendicazioni del movimento. Proprio per questo ricorda un “profondo fastidio” verso una parte della stampa, incapace o non disposta a restituire la complessità di ciò che era accaduto.

Genova 2001 è stato anche una frattura. Una frattura personale, perché per la prima volta sperimentarono la paura dello Stato. Una frattura sociale, perché l’immagine pubblica del movimento venne sovrapposta a quella di chi aveva danneggiato la città. Una frattura politica, perché le questioni per cui centinaia di migliaia di persone erano arrivate a Genova scomparvero dietro il racconto degli scontri.

Battista descrive il cambiamento con precisione: non smise di voler partecipare o manifestare. Cambiò la sua visione delle istituzioni. Per due giorni aveva dovuto scappare dalle forze dell’ordine, percependo come una minaccia chi avrebbe dovuto garantire la sua sicurezza,

“Non ci sentivamo cittadini con il diritto di manifestare e di esprimerci pacificamente”, dice. Il disincanto fu scoprire che i diritti democratici non possono essere dati per scontati nemmeno in Italia.

Diaz e Bolzaneto avrebbero poi mostrato la profondità di quella sospensione. Persone arrestate, picchiate, umiliate e rese irraggiungibili per ore o giorni, senza poter comunicare con i familiari e, in alcuni casi, con gli avvocati. Le sentenze hanno permesso di ricostruire almeno una parte della verità. Ma il punto politico rimane irrisolto.

“Lo Stato non ha fatto i conti con Genova”, sostengono Andreotti e Battista. I processi hanno accertato responsabilità e violenze, ma non sono stati accompagnati da un’assunzione di responsabilità istituzionale proporzionata alla gravità dei fatti. Alcuni funzionari condannati o coinvolti nelle vicende hanno continuato le proprie carriere, come ricorda Andreotti. La commissione parlamentare d’inchiesta non arrivò mai.

La domanda, quindi, resta aperta: se non si chiarisce pienamente perché e come fu possibile, può accadere di nuovo?

Il caso più doloroso è quello di Carlo Giuliani. La sua uccisione non è mai arrivata a un processo capace di discutere pubblicamente tutte le responsabilità. Anche nella memoria pubblica Giuliani è rimasto spesso separato dalle altre vittime: chi si trovava alla Diaz viene riconosciuto più facilmente come innocente; Carlo, invece, continua a essere raccontato come qualcuno che “se l’era cercata”.

Prima punkabbestia, poi black bloc, tossicodipendente, violento. L’etichetta diventa il modo per ridurre il valore della vita della vittima e spostare l’attenzione da chi esercita la forza a chi la subisce.

Luca Greco collega questo meccanismo a quello visto pochi anni dopo a Ferrara con Federico Aldrovandi. Anche in quel caso, prima della verità giudiziaria, circolarono ricostruzioni che insistevano sulle condizioni e sul comportamento di Aldro. La domanda implicita non era che cosa gli fosse stato fatto, ma perché si trovasse in strada a quell’ora.

Nel confronto viene proposto anche un parallelo più ampio: la colpevolizzazione della vittima attraversa i casi di violenza di piazza come quelli di violenza sessuale. “Perché eri lì?”, “Perché eri vestita così?”. Domande diverse che obbediscono alla stessa logica: trasformare chi ha subito violenza nel primo imputato.

Greco insiste poi sulle fotografie di piazza Alimonda. La sua è una lettura politica delle immagini: alcune fotografie, diventate simboliche, schiacciano le distanze e sembrano mostrare una camionetta senza via d’uscita; altre prospettive, invece, permettono di valutare diversamente gli spazi, la posizione di Giuliani e il momento in cui appare la pistola.

Il punto non è sostituire una fotografia con un’altra, ma capire come la selezione delle immagini possa determinare il significato pubblico di un evento. Senza il lavoro dei mediattivisti, di Indymedia, di Radio Gap e dei giornalisti indipendenti, molte immagini non sarebbero mai emerse.

La versione ufficiale ebbe però un vantaggio decisivo: arrivò per prima e raggiunge un pubblico immensamente più vasto grazie alla tv generalista.

Così, la figura del manifestante violento, ribadisce Greco, servì anche a dividere il movimento in ‘buoni’ e ‘cattivi’. Da una parte le vittime della Diaz o di Bolzano, che potevano essere compatite; dall’altra chi aveva rotto una vetrina o si era trovano nelle zone degli scontri, sul quale potevano ricadere pene durissime.

Qui entra il tema che Greco considera centrale nell’eredità giuridica di Genova: il reato di devastazione e saccheggio.

A Ferrara gli attivisti che parteciparono a Genova 2001 decisero provocatoriamente di presentarsi in questura e fare i propri nomi. Se la semplice partecipazione alla manifestazione poteva trasformarsi in una forma di concorso morale, sostenevano, allora dovevano essere considerati responsabili anche loro.

Leonardo Fiorentini descrive una repressione diventata più subdola. Nel 2001 il volto dello Stato erano manganelli, lacrimogeni, camionette. Oggi può bastare la minaccia di una sanzione economica di migliaia di euro, l’identificazione, una denuncia o l’applicazione estensiva di una norma. Tutto ciò che vediamo applicato con il recente Ddl Sicurezza.

La depenalizzazione stessa può nascondere un aggravamento: al posto di una pena teorica e spesso non applicata può arrivare una multa capace di mettere in difficoltà una persona comune. Anche la mancata comunicazione preventiva di una manifestazione, un tempo risolta talvolta con un confronto informale, diventa uno strumento di repressione.

“Genova è stato un laboratorio della repressione contemporanea”, convengono Andreotti e Greco. Non necessariamente perché ogni dettaglio fosse controllato da un’unica regia, ma perché in quei giorni “lo Stato verificò fin dove fosse possibile spingersi e quali conseguenze politiche avrebbe prodotto l’uso massiccio della forza”.

Secondo gli intervistati, la lezione appresa dal potere fu che la repressione funziona. Non genera automaticamente una mobilitazione più grande. Può suscitare indignazione immediata, ma nel medio periodo produce paura, stanchezza, isolamento e ritirata dalla vita pubblica.

Rifiutano anche la formula assolutoria degli “errori da entrambe le parti”. Chi rappresenta lo Stato, osserva Andreotti, possiede più forza, più mezzi e una responsabilità superiore. Non può essere collocato sullo stesso piano del cittadino che dovrebbe tutelare, nemmeno quando quel cittadino commette un illecito.

Le conseguenze di Genova furono politiche anche perché impedirono al movimento di parlare d’altro. L’attenzione rimase per anni sulla Diaz, su Bolzaneto, su Giuliani, sui black bloc e sui processi. Era inevitabile: bisognava difendere le vittime, ricostruire i fatti e contrastare le menzogne.

Ma nel frattempo scomparvero le ragioni per cui il movimento era nato.

Gli attivisti contestavano una globalizzazione governata nell’interesse di pochi, non la possibilità che popoli e Paesi fossero connessi. Chiedevano regole globali per proteggere lavoro, ambiente, salute e diritti umani. Parlavano di crisi climatica, migrazioni, delocalizzazioni, disuguaglianze e concentrazione della ricchezza.

“Avevamo ragione noi”, dicono. Ma Fiorentini aggiunge subito una nota autocritica: “Qualcosa dobbiamo averlo sbagliato”. Avevano previsto il futuro che stiamo vivendo oggi, ma non riuscirono a rendere comprensibili ai più i problemi prodotti da una globalizzazione senza governo, osserva Fiorentini. “Anche una parte della sinistra aveva accettato l’egemonia neoliberista e non riuscì più a costruire un’alternativa”, conclude.

“Avevamo ragione noi” non può quindi diventare un’autoconsolazione. Il rischio è celebrare la correttezza di un’analisi mentre il modello contestato continua a produrre effetti sempre più distruttivi.

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