“Un crimine d’odio, così lo vogliamo chiamare”. Così Out!*, Link Ferrara e Ferrara Transfemm che si sono dati appuntamento davanti alla cattedrale per ricordare Mirko Moriconi e Kety Andreoni, uccisi il 24 giugno scorso nella loro abitazione di Pieve di Camaiore, in Versilia. Per il duplice omicidio è stato arrestato il padre e marito, Piero Moricon.
Il ricordo delle due vittime si è trasformato anche in una denuncia politica e sociale contro l’omofobia, il patriarcato e la narrazione mediatica della vicenda. Al centro degli interventi la convinzione, espressa più volte dagli organizzatori, che quanto accaduto non possa essere liquidato come una tragedia familiare. Per le realtà promotrici si è trattato infatti di un “crimine d’odio omofobico”, maturato in un contesto di discriminazione e mancata accettazione dell’identità del figlio da parte del padre, arrestato per il duplice omicidio.
“Perché i media non riescono a chiamare Mirko una vittima di omofobia?”, è una delle domande poste durante il presidio. Secondo gli interventi, gran parte della stampa avrebbe preferito raccontare il delitto come un fatto privato, spostando l’attenzione sulle dichiarazioni dell’omicida piuttosto che sul contesto di odio denunciato dagli attivisti.
A sostegno di questa lettura è stato ricordato anche un messaggio pubblicato anni fa da Mirko sui social: “Brutto pensare che tuo padre ti preferisca morto che gay”. Una frase agghiacciante che gli organizzatori ricordano come elemento significativo per comprendere il clima familiare in cui è maturato il delitto.
Dal palco è arrivata anche una dura critica alle istituzioni e alla politica. Gli interventi hanno denunciato la mancanza di un’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, l’assenza di strumenti efficaci per contrastare l’omofobia e quella che è stata definita una progressiva normalizzazione dei discorsi discriminatori.
“Non è un raptus, non è un fatto privato”, hanno ribadito le realtà promotrici, parlando di una violenza che sarebbe il prodotto di una cultura patriarcale e omofoba. Per questo il presidio non è stato soltanto un momento di commemorazione, ma anche un invito alla mobilitazione contro ogni forma di discriminazione.
Particolarmente critico anche il giudizio rivolto al modo in cui il caso è stato raccontato da parte dell’informazione nazionale. Secondo gli attivisti, l’identità di Mirko sarebbe stata “messa sotto processo” anche dopo la morte, mentre sarebbe stato dato troppo spazio alla versione dell’assassino, contribuendo a sminuire il possibile movente omofobico.
“La nostra risposta è trasformare il dolore in lotta”, hanno concluso gli organizzatori, sottolineando come la morte di Mirko e Kety “attraversi tutta la comunità queer” e rilanciando la richiesta di maggiori tutele, educazione e riconoscimento dei diritti. “Non un minuto di silenzio – hanno affermato – ma una piazza di rabbia, memoria e partecipazione”.
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