“La soluzione deve passare dalla cultura, non dalla repressione“. A pochi giorni dall’uccisione di Samanta Zironi, Sara Bruno, avvocata del gruppo legale di Udi e del Centro Donna Giustizia, analizza il fenomeno della violenza di genere in provincia di Ferrara, il ruolo del Codice Rosso e la necessità di un cambiamento culturale per prevenire i femminicidi e proteggere le vittime, dopo le parole del generale Roberto Vannacci che tanto stanno facendo discutere in queste settimane.
Pochi giorni fa, l’uccisione di Samanta Zironi. È la quarta donna uccisa dal partner in provincia di Ferrara dal 2019 a oggi. Cosa ci racconta questo dato?
“Il numero delle denunce conferma che la violenza di genere e lo stalking non sono fenomeni lontani o eccezionali, ma problematiche che attraversano anche il nostro territorio. Per questo è fondamentale il lavoro in rete tra forze dell’ordine, magistratura, avvocatura, servizi sociali e centri antiviolenza, affinché la denuncia rappresenti l’inizio di un percorso di protezione effettiva e non un momento di ulteriore esposizione della vittima. Questi episodi ci ricordano che la violenza contro le donne raramente nasce all’improvviso. Spesso è preceduta da segnali di controllo, sopraffazione, isolamento, minacce o maltrattamenti che devono essere riconosciuti e affrontati tempestivamente”.
Decine e decine anche le denunce per Codice Rosso: violenze sessuali, economiche, fisiche e psicologiche, ma anche stalking nei confronti delle fasce più deboli.
“Il Codice Rosso ha avuto il merito di accelerare l’intervento dell’autorità giudiziaria nei casi di violenza domestica e di genere. Tuttavia, la tempestività della risposta è solo uno degli elementi necessari: occorre continuare a investire nella prevenzione, nella valutazione del rischio e nel sostegno concreto alle vittime durante tutto il percorso giudiziario. Dietro ogni denuncia non c’è soltanto un procedimento penale, ma una persona che ha vissuto una condizione di vulnerabilità e che chiede protezione. Le violenze fisiche sono spesso la parte più visibile del fenomeno, ma non dobbiamo sottovalutare la violenza psicologica, economica e gli atti persecutori, che possono avere effetti devastanti sulla libertà e sull’autodeterminazione della vittima”.
Si parla di femminicidio come problema principalmente culturale. Inasprire le leggi è l’unica soluzione o serve altro?
“Sono fortemente convinta che la soluzione debba avvenire per via culturale e non repressiva. La vera sfida è rafforzare gli strumenti di prevenzione, la protezione delle vittime e la capacità delle istituzioni di cogliere i fattori di rischio prima che la violenza raggiunga esiti irreversibili. Ma ancora più a monte è necessario un cambio di mentalità, uno sforzo collettivo che scrolli via gli infiniti stereotipi che riguardano la violenza di genere e che impediscono una corretta lettura del fenomeno. Ancora oggi striscia, anche nelle aule giudiziarie, una certa mentalità per cui la violenza contro una donna ha in fondo un connotato naturale. Molto spesso l’approccio è quello di porre l’accento sulle ragioni che hanno spinto l’uomo all’agito violento; la gelosia, la frustrazione, il desiderio”.
Qual è la conseguenza?
“In questo modo si finisce per empatizzare con l’omicida, mettendo a fuoco le proprie ragioni e leggendo l’azione omicidiaria attraverso concetti culturalmente comprensibili perchè conosciuti. Il focus è sempre sul movente, mentre sullo sfondo, a far da proscenio, si colloca una qualche colpa della vittima, che rende comprensibile, a una lettura semplificata, l’abnormità del gesto. Questo sposta l’attenzione dalla responsabilità dell’aggressore al comportamento della vittima e rischia di alimentare ulteriore isolamento e senso di colpa. Ciò vale tanto più per il reato di maltrattamenti in famiglia. La violenza domestica prospera nel silenzio e negli stereotipi. Finché si continuerà a considerare il controllo come interesse, la gelosia come amore e la subordinazione della donna come qualcosa di normale, sarà più difficile per le vittime riconoscere la violenza e per la società intervenire tempestivamente”.
Eppure qualcuno sta negando l’esistenza del reato di femminicidio, introdotto nel 2025. Come commenta le ultime parole del generale Roberto Vannacci?
“Trovo odioso anche solo dover avere una opinione al riguardo. Comunque sia, nessuno sostiene che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è un altro: esistono donne che vengono uccise proprio perché hanno deciso di lasciare una relazione, di essere autonome, di sottrarsi a una logica di controllo e possesso”.
Qual è il rischio di queste parole?
“Queste parole feriscono innanzi tutto tutte le vittime, sopravvissute o meno. Le parole di chi riveste un ruolo pubblico hanno un peso. Il rischio è quello di trasmettere il messaggio che la violenza di genere sia un’invenzione ideologica anziché una realtà riconosciuta da dati, studi criminologici e dall’esperienza quotidiana di tribunali, forze dell’ordine e centri antiviolenza”.
Giulia Bongiorno, senatrice della Lega, promotrice del Codice Rosso e relatrice del Ddl che ha introdotto il reato di femminicidio nel codice penale, ha parlato di nostalgia del delitto d’onore.
“È difficile non condividere le parole della senatrice Bongiorno quando denuncia le radici culturali della violenza di genere. Proprio per questo mi sorprende che, in sede di riforma del reato di violenza sessuale, non abbia sostenuto con la stessa convinzione il passaggio a un modello basato sul consenso. Se vogliamo davvero cambiare cultura, dobbiamo smettere di chiederci soltanto se una donna abbia manifestato il proprio dissenso e iniziare a chiederci se vi sia stato un consenso effettivo”.
Quale appello rivolge alla donne vittime di violenza?
Vorrei che ogni donna ricordasse che la violenza non è mai il prezzo da pagare per amare qualcuno, per tenere unita una famiglia o per evitare un conflitto. La responsabilità della violenza appartiene sempre a chi la esercita, mai a chi la subisce. E vorrei esortarle a rivolgersi a centri specializzati e a pretendere un ascolto e un aiuto qualificato”.
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