Attualità
22 Giugno 2026
Agli Emergency Days la sociologa Cristina Pasqualini presenta la ricerca nata dopo il caso Cecchettin: giovani più consapevoli, impegnati e sensibili ai temi della parità e della violenza di genere

“In nome di Giulia”, da Ferrara il racconto di una generazione che non resta in silenzio

di Redazione | 6 min

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di Camilla Mondini

Si intitola “Il coraggio di cambiare della generazione Z” l’incontro, in occasione degli Emergency days, che ha portato a Ferrara la sociologa e ricercatrice Cristina Pasqualini, autrice del libro “In nome di Giulia”, in un dialogo condotto da Paola Gatti e arricchito dalle voci di Frida Fruggeri, presidentessa della rete degli studenti medi e Veronica Atitsogbe, conigliera comunale di Verona.

Ad aprire i lavori è stata la stessa Pasqualini, che ha ricostruito la genesi del suo libro a partire dal femminicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto nel novembre 2023. “Abbiamo capito subito che questo femminicidio aveva qualcosa in più, aveva una forza in più, aveva qualcosa che io potevo in qualche maniera valorizzare e farne un motore positivo di cambiamento”, ha raccontato la ricercatrice, spiegando che per questo “doveva essere raccontato, doveva essere studiato”.

Un passaggio chiave nella maturazione del progetto è arrivato il 5 marzo 2024, con l’uscita del libro scritto dal padre di Giulia: “Esce un libro che mi colpisce”, ha detto Pasqualini, riferendosi a “Cara Giulia” di Gino Cecchettin, un testo che ha definito “molto bello, molto profondo, molto semplice”. Da ricercatrice universitaria, da venticinque anni impegnata nello studio della condizione giovanile, Pasqualini ha colto subito un punto di contatto con il proprio lavoro: “Mi sono detta: ma la maggior parte di Giulia appartiene alla generazione dei giovani che io studio quotidianamente”. È nata così, nell’ottobre del 2024, “un’indagine quantitativa statistica su un campione rappresentativo di giovani italiani sulla generazione Z”, condotta insieme a Ipsos, “tante interviste, un campione rappresentativo”.

Dallo studio individuale è poi nato un progetto collettivo: “Lì nasce un movimento”, ha raccontato Pasqualini, descrivendo come il 25 novembre abbia coinvolto “oltre venti studiosi nazionali, esperti, sociologi, giuristi, psicologi, attiviste femministe, ma anche attivisti maschi che si occupano delle donne”. Il risultato, uscito il 4 marzo 2026, esattamente due anni dopo il libro di Cecchettin, è “In nome di Giulia”. Una scelta editoriale precisa ha accompagnato la pubblicazione: “Ho voluto, in accordo con gli autori, che fosse un eBook, che fosse gratuito, che fosse scaricabile gratuitamente, che circolasse: interessava soltanto questo”.

Lo studio ha coinvolto un campione di giovani tra i 18 e i 34 anni, fascia in cui “la maggioranza appartiene alla generazione Z”. Pasqualini ha voluto smontare alcuni pregiudizi diffusi: “Si parla molto dei giovani oggi, ne parliamo spesso in maniera un po’ preoccupata, li descriviamo come fragili, con poche risorse e molti problemi”. I dati raccontano altro, a partire dal rapporto con la famiglia: “In famiglia questi ragazzi stanno bene e hanno una relazione positiva, soprattutto con le madri, ma anche con i padri”, ha spiegato, sottolineando di voler “spezzare una lancia nei confronti dei maschi”, che “hanno fatto un balzo all’interno delle famiglie, soprattutto in questa generazione”.

Tra gli altri dati, Pasqualini ha citato la possibilità per i giovani di “parlare con libertà, avere problemi, chiedere aiuto, chiedere anche denaro” ai genitori, segno di “un buon clima familiare”. Più della metà degli intervistati, inoltre, “si sente abbastanza libera” di prendere decisioni che li riguardano.

Resta comunque una generazione di transizione, in cui “rimangono ancora i pezzi dei vecchi ruoli, non sono ancora scomparsi del tutto, ma si sono comunque un po’ sgretolati”: sono ancora soprattutto le madri a occuparsi della gestione familiare e dei compiti dei figli, anche se “molte di queste attività sono svolte in egual misura da entrambi i genitori”. Anche sul fronte degli stereotipi di genere lo studio registra un cambiamento: alla domanda se sia preferibile che sia l’uomo a restare a casa con i figli, la risposta della Generazione Z è netta: “Non è importante che sia il padre a stare a casa a crescere i figli, l’importante è che ci sia un familiare”. E ancora, sulla possibilità che una donna possa ricoprire ruoli dirigenziali: “Non è importante che sia donna o maschio a dirigere un’azienda, è importante che sia una persona capace”.

Sulle relazioni affettive, i dati raccontano legami più solidi di quanto l’immaginario sull ‘“amore fluido” suggerisca: “Sono relazioni piuttosto lunghe” e il 66% dei giovani “dice di essere molto soddisfatto delle relazioni affettive che ha”. Resta però un dato che pesa: “Il 12% di questa generazione ha visto con i propri occhi, o ha sentito dire, episodi di violenza psicologica”, mentre il 7,4% riporta violenza fisica e il 4,1% violenza sessuale. Di fronte al caso Cecchettin, le emozioni prevalenti tra i giovani intervistati sono state “rabbia, tristezza, disgusto, soprattutto nei ragazzi”, con un’adesione quasi totale:“L’indifferenza non c’è”.

A moderare l’incontro è stata Paola Gatti, del gruppo “Ferrara, le donne, le città”, che ha presentato un parallelo percorso di ricerca urbana condotto sul territorio. “Le donne ancora oggi sono quelle che si prendono il fardello più pesante di cura della famiglia”, ha spiegato Gatti, “il benessere delle donne nel vivere la città vuol dire un benessere per tutti”. Il gruppo, ha raccontato, “si è impegnato a organizzare incontri di informazione con esperte dei vari settori che ci riguardano, urbaniste, architette, sociologhe, psicologhe, economiste”, insieme alle associazioni già attive sul territorio.

Il progetto, condotto con la sociologa urbana Letizia Carrera dell’Università di Bari, ha individuato due quartieri della città in cui è stato selezionato “un certo gruppo di donne di varia estrazione sociale, politica, culturale, economica” con cui sono state organizzate “camminate” esplorative per “verificare problemi che magari non erano stati individuati”. Il percorso si è concluso con un confronto pubblico e con la presentazione dei risultati all’amministrazione, “perché appunto proponevamo delle soluzioni”. Per Gatti, il valore più importante del progetto non è stato solo individuare i problemi, ma la consapevolezza acquisita dalle partecipanti: “Queste donne hanno acquisito, durante questo percorso di ricerca, una consapevolezza che le ha rese più sicure, consapevoli di avere dei diritti”.

A portare la prospettiva più giovane sono state Frida e Veronica che hanno rivendicato un cambio di narrazione sulla generazione Z: “Cerchiamo di contrastare quella che è una narrazione negativa che ci porta avanti da tanto tempo”, ha detto, rivendicando l’impegno collettivo dei suoi coetanei: “Siamo stati la generazione che più ha partecipato agli appuntamenti di calendario negli ultimi due anni, che ha aiutato a riempire le piazze per la mobilitazione per la Palestina, ma in generale siamo la generazione che si attiva tutte le volte che purtroppo avviene un femminicidio”.

Per Frida c’è un tratto comune che attraversa la sua generazione, al di là delle differenze: “Abbiamo voglia di parlare, abbiamo voglia di essere protagonisti, in particolare sul tema della violenza di genere abbiamo voglia di affrontare il tema, di non fermarci più giustamente a commemorare le vittime, ma di affrontarlo e sviscerarlo”. Un riferimento diretto è arrivato dalle parole di Elena Cecchettin, sorella di Giulia: “Ha detto pubblicamente che quello che è successo a sua sorella non è stato un incidente, ma il frutto della società in cui viviamo”. Da qui la scelta concreta della sua associazione: “Tutte le volte che purtroppo avviene un femminicidio nelle scuole non proponiamo mai un minuto di silenzio, noi proponiamo sempre il minuto di rumore, perché per noi è importante parlare e non restare in silenzio”.

Frida ha chiuso il suo intervento indicando un obiettivo concreto per la sua generazione: l’introduzione strutturale dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. “Per noi l’educazione sessuale affettiva al consenso all’interno delle scuole è fondamentale, perché permette di combattere gli stereotipi e le violenze di genere”, ha spiegato, criticando le proposte già avanzate in passato dal ministero come insufficienti perché facoltative e pomeridiane: “Capite che questo non è l’intervento strutturale che invece crediamo sia importante”. La sua associazione, ha raccontato, ha realizzato un questionario nelle scuole dell’Emilia-Romagna proprio per chiedere ai ragazzi se desiderano un’educazione di questo tipo.

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