Calcio
12 Giugno 2026
Da oltre un anno il giovane arrivato dalla Sierra Leone condivide lo sport con i compagni dell'Ostellatese, ma resta escluso dalle gare ufficiali. Uisp Ferrara e il sociologo Valeri intervengono sul caso

Può allenarsi, ma non giocare: il calcio negato a un ragazzo di 14 anni

di Redazione | 4 min

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Ostellato. Da oltre un anno indossa la stessa maglia dei compagni, partecipa agli allenamenti, condivide lo spogliatoio e la vita di squadra. Ma quando arriva il momento di scendere in campo nelle gare ufficiali deve fermarsi a bordo campo.

È la storia di un ragazzo di 14 anni originario della Sierra Leone, accolto nel territorio ferrarese dopo un percorso migratorio complesso e oggi tesserabile soltanto per l’attività di allenamento. Una vicenda che intreccia sport, integrazione, burocrazia internazionale e confini invisibili che vanno oltre a quelli tracciati sulla mappa geografica.

Al centro della questione ci sono le rigide procedure previste dalla Fifa per i trasferimenti dei minori stranieri, norme nate per contrastare lo sfruttamento dei giovani calciatori ma che, in questo caso, stanno impedendo a un adolescente rifugiato di partecipare alle partite insieme ai suoi coetanei.

La vicenda del giovane atleta dell’Ostellatese ha suscitato riflessioni e interrogativi ben oltre il mondo del calcio dilettantistico. A intervenire sul caso è stata la presidente di Uisp Ferrara, Eleonora Banzi, che ha voluto approfondire il tema affidandosi anche al contributo del sociologo Davide Valeri, studioso delle discriminazioni nello sport.

“La vicenda ci colpisce profondamente perché mette in evidenza una contraddizione che non può lasciare indifferenti quanti credono nel valore educativo e sociale dello sport – afferma Banzi -. Per questo motivo, come Uisp Comitato di Ferrara, abbiamo chiesto il parere e l’interpretazione di Davide Valeri”.

La presidente sottolinea come il tema travalichi gli aspetti strettamente regolamentari. “Come Uisp crediamo che il diritto allo sport debba essere garantito a tutte a tutti. Per questo auspichiamo che le istituzioni sportive competenti possano individuare una soluzione in tempi rapidi, mettendo al centro il superiore interesse del minore. Perché quando un ragazzo è costretto ad attendere per mesi la possibilità di giocare insieme ai propri compagni, non è soltanto una pratica a rimanere sospesa: è un’opportunità educativa che viene negata. E questo dovrebbe interrogare tutti coloro che hanno a cuore il valore sociale dello sport”.

Nel suo approfondimento, Valeri invita a leggere il caso di Ostellato come qualcosa che va oltre una semplice questione burocratica. Secondo il sociologo, il punto centrale non è soltanto comprendere le ragioni tecniche del diniego. “Non sappiamo se dietro il diniego ci sia un errore amministrativo, un problema documentale o una rigorosa applicazione dei regolamenti Fifa sui minori. Sarebbe scorretto affermare il contrario. Ma il punto non è soltanto capire perché questo ragazzo non possa giocare. Il punto è interrogarsi sul perché siano così spesso le persone migranti, rifugiate o richiedenti asilo a trovarsi intrappolate negli spazi grigi delle istituzioni”.

Valeri ricorda come le norme Fifa sui trasferimenti internazionali dei minori siano nate per contrastare fenomeni reali di sfruttamento nel calcio globale. “In questo senso la norma è una norma di protezione. Ma le norme non vivono nel vuoto. Operano dentro società segnate da disuguaglianze storiche. E quando incontrano soggetti che occupano posizioni già vulnerabili, possono produrre effetti inattesi”.

Da qui la riflessione profonda sul percorso del giovane: “Il ragazzo dell’Ostellatese non è arrivato in Italia per inseguire un contratto professionistico. È arrivato perché costretto a lasciare il proprio paese. Prima di essere un calciatore è un rifugiato. E prima ancora è un minore. Eppure la sua condizione sembra essere osservata principalmente attraverso la lente del controllo”.

Il sociologo richiama inoltre il tema delle discriminazioni indirette e delle procedure apparentemente neutre. “Le persone migranti vengono spesso collocate in un regime di verifica permanente: devono dimostrare chi sono, perché sono qui, quali documenti possiedono, se hanno diritto a partecipare. Ciò che per altri appare normale, per loro diventa una concessione da giustificare. In questo senso il razzismo contemporaneo raramente assume le forme esplicite del passato. Più spesso si manifesta attraverso procedure apparentemente neutre che finiscono per colpire in misura sproporzionata determinati gruppi sociali”.

Per Valeri, il caso ferrarese pone anche una questione di trasparenza. “Se una decisione viene presa, soprattutto quando coinvolge un minore rifugiato, quali sono le sue motivazioni? Chi le ha formulate? Attraverso quali criteri? La possibilità di conoscere le ragioni di un diniego non è una formalità. È una garanzia”.

E mentre il dibattito continua, resta l’immagine da cui tutto parte. “A Ostellato, intanto, un ragazzo continua ad allenarsi. Corre come gli altri. Suda come gli altri. Aspetta come gli altri il giorno della partita. Con una differenza: quando arriva quel momento, lui resta a guardare”. Una situazione che, conclude il sociologo, rappresenta efficacemente le condizioni di molti giovani migranti nell’Europa contemporanea: “Formalmente inclusi, concretamente sospesi. Presenti, ma mai del tutto ammessi”.

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