Attualità
27 Luglio 2026
Francesco Maria Caruso critica il “contesto politico che alimenta gli stessi ideologie e atteggiamenti mentali della 'notte dei manganelli' di Genova”

Caso Fakir. Il giudice di Aldro: “La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti”

di Redazione | 4 min

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“Le evidenze sulla morte di Abderrhaim Fakir”. Battezza così il proprio post consegnato a Facebook. A intervenire sulla vicenda che ha scosso l’intero Paese è Francesco Maria Caruso, già presidente del Tribunale penale di Ferrara e giudice del processo Aldrovandi a Ferrara, ex presidente della Corte d’assise di Bologna che giudicò l’ultimo processo sui mandanti della strage del 2 Agosto, presidente della Corte nel maxiprocesso Aemilia e giudice alla Corte di appello di Caltanissetta, dove ha presieduto e redatto sentenze per stragi e omicidi di mafia (Borsellino bis, Cosa nostra, Stidda, omicidio Saetta, strage di Pizzolungo, strage di via Pipitone a Palermo).

A differenza di altri casi che si è trovato a discutere, qui “filmati, ragionevolmente attendibili, riprendono diverse fasi dell’azione della polizia che sfociano nella morte della vittima”,

E “i primi risultati delle indagini autoptiche e delle consulenze medico-legali vanno nello stesso senso. I video riprendono l’omesso doveroso intervento di operatori della Cri e l’incisivo concorso nell’azione di cittadini comuni. Nel fatto non ci sono oscurità, luoghi isolati, tempi di notte, mancanza di testimoni, ricostruzione degli eventi sulla parola degli agenti”.

Secondo l’esperto magistrato, “salvo l’accertamento medico legale di cause di morte occulte o dipendenti dallo stato di agitazione psicomotoria precedente all’intervento, la morte di Fakir sembra conseguire a un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo immobilizzano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto, col concorso di un terzo cittadino. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia”.

Nel caso Aldrovandi, infatti, decisivi furono gli accertamenti sui protocolli di Polizia da osservare in caso di interventi su persone in stato di alterazione, protocolli che erano emersi già nel processo Rasman a Trieste.

“Siamo di fronte a una evidenza del fatto – riprende Caruso – che sembra escludere subito la presenza di una causa di giustificazione, per cui affatto condivisibile appare l’iniziale iscrizione degli agenti nello speciale registro introdotto dal c.d. ‘scudo penale‘, nuovo art 335 comma 1-bis.1. c.p.p.”.

Ma questo non è l’unico lato oscuro: “Mi piacerebbe essere smentito, ma sembra inoltre che le prime indagini, coordinate dalla procura, siano state affidate alla squadra mobile di Bologna, in contrasto con la sentenza CEDU del 15 gennaio 2026, Magherini, che ha condannato l’Italia per non avere garantito la vita di un soggetto fragile e in difficoltà psichica e per non avere assicurato indagini indipendenti”.

Inoltre, “che non vi sia evidenza che l’immobilizzazione violenta e l’arresto della vittima siano stati compiuti nell’adempimento del dovere emerge dall’evidente condizione di infermità psichica in cui si trovava la vittima”.

“Risalenti sentenze della Cassazione – spiega il giudice – affermano che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica, a qualsiasi causa dovuta, l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido intervento medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Il calcio a una saracinesca, a una autovettura, le minacce agli agenti e ai passanti da parte del ‘matto’ non giustificano la punizione del soggetto con la sua immobilizzazione violenta”.

In situazione simili “l’intervento deve essere compiuto da personale medico, non intervenuto nonostante ve ne fosse stato il tempo. La forza di polizia agita deve essere quella minima e tecnicamente responsabile per consentire la sedazione. Il pericolo per la vita del soggetto non va accresciuto con azioni, improvvide e contrarie ai protocolli adottati dall’Amministrazione sulla falsariga della giurisprudenza”.

Comprendo la condizione degli agenti – precisa Caruso -, mandati allo sbaraglio, senza formazione, e senza adeguate direttive. Ancor più in un contesto professionale e politico che alimenta nella polizia ideologie e atteggiamenti mentali che sono ancora oggi e in prevalenza quelle che osservammo 25 anni fa (straordinaria coincidenza) al tempo della “notte dei manganelli” di Genova”.

Per questo “credo che a venticinque anni da quei fatti, le indagini della procura dovrebbero salire di livello. Agli agenti non si possono negare ragioni, ma consiglierei di non alimentare la sfida degli apparati di polizia alla giustizia e al diritto, e il vittimismo interessato. Gli agenti devono essere messi in condizione di garantire la sicurezza pubblica senza attentare ai diritti, alle libertà e alla vita dei cittadini. La libertà dalla paura deve essere per tutti: per gli onesti e per gli emarginati, poveri e deboli, maggiormente esposti, per ragioni sociali, all’inevitabile intervento della forza pubblica”.

Piuttosto “rivolgerei l’attenzione alle autorità politiche e amministrative di cui sono vittime sia gli operatori di polizia che coloro che restano sul selciato delle strade”.

“La polizia non ha bisogno di scudi ma di strumenti – conclude il magistrato -, competenze, formazione, organici adeguati, soprattutto di totale adesione ai principi e valori della Costituzione e non alle ideologie fascistoidi che circolano in certi ambiti delle forze dell’Ordine e che a Bologna hanno già prodotto il mostro della Uno bianca”.

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