Cronaca
20 Maggio 2026
Confermata la sentenza di primo grado nei confronti di Gabriele Moccia, 43enne ferrarese finito a processo con l'accusa di atti persecutori e lesioni gravissime nei confronti di un 46enne

Schiavizzò chi lo ospitava. La Corte d’Appello conferma oltre 5 anni

di Pietro Perelli | 3 min

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La quarta sezione della Corte d’Appello di Bologna ha confermato la pensate condanna inflitta in primo grado a Gabriele Moccia, 43enne ferrarese discendente della famiglia che fondò la fabbrica di distillati in città, poi ceduta a un’altra proprietà nel 1970.

Il 43enne era finito a processo con la duplice accusa di atti persecutori e lesioni gravissime e la giudice dell’udienza preliminare Silvia Marini – dietro rito abbreviato – gli aveva inflitto cinque anni e quattro mesi di pena, dopo che la Procura di Ferrara aveva chiesto per lui la condanna a cinque anni. Il collegio della Corte d’Appello, formato dai giudici Valerio Palladino, Ilaria Pasini e Bruno Passerone, ha inoltre interdetto l’imputato dai pubblici uffici per 5 anni e disposto un risarcimento di 68mila euro e il pagamento delle spese legali. Le motivazioni sono attese in 90 giorni.

Moccia, per circa un anno, aveva occupato la casa di un conoscente 46enne, seguito dai servizi poiché affetto da un disturbo schizoaffettivo, approfittando del loro rapporto di amicizia per renderlo proprio schiavo. Non avrebbe inoltre contribuito, come inizialmente pattuito, al pagamento delle bollette o alla partecipazione alle spese quotidiane.

“Siamo certamente soddisfatti dell’esito del processo di oggi – ha commentato l’avvocato di parte civile Simone Bianchi -. Il mio cliente ha subito conseguenze fisiche e psichiche devastanti a causa di questa triste vicenda, che solo per un caso fortuito non si è trasformata in tragedia. L’impianto accusatorio ha retto pienamente sia in primo che in secondo grado e, quel che più mi preme rilevare, è che le dichiarazioni rese dalla persona offesa sono state ritenute del tutto attendibili. L’imputato, ha carpito la fiducia del mio cliente per poi diventare il suo aguzzino, riducendolo in fin di vita. Trovare la forza di denunciare non è stato facile, ma oggi mi sento di dire che è stata fatta giustizia”.

Secondo l’impianto accusatorio ricostruito dal pm, la vicenda si sarebbe sviluppata all’interno di un’abitazione del centro storico condivisa dalla vittima con alcuni coinquilini, tra cui un 43enne che avrebbe assunto nei suoi confronti un ruolo di dominio, presentandosi come amico e protettore ma, di fatto, sottoponendolo a minacce e aggressioni pressoché quotidiane. Le condotte contestate avrebbero generato nella vittima un grave stato di ansia e paura, tale da indurla a modificare le proprie abitudini di vita.

Nel tempo, secondo l’accusa, si sarebbero susseguiti episodi di offese e violenze fisiche, anche tramite messaggi WhatsApp e aggressioni dirette, con schiaffi e pugni rivolti in particolare all’addome. In un caso la vittima sarebbe stata colpita al volto per essersi rifiutata di attivare alcune carte Postepay; in un altro episodio sarebbe stata minacciata e afferrata al collo dopo una falsa accusa di furto. L’episodio più grave risale al 12 aprile 2024, quando l’uomo sarebbe stato aggredito con pugni e gomitate all’addome, riportando lesioni interne tali da rendere necessario l’intervento chirurgico con asportazione della milza. Dopo l’aggressione, l’imputato fu allontanato dall’abitazione e sottoposto a divieto di avvicinamento.

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