Attualità
20 Aprile 2026
Dopo la decisione della Cassazione di escludere i dossier israeliani, Mahmoud racconta durante un incontro in Unife mesi di intercettazioni e accuse: "Mio padre ha pagato a caro prezzo il fatto di non essere rimasto in silenzio. Oggi chi sostiene la Palestina viene criminalizzato"

Caso Hannoun, la voce del figlio a Ferrara: “Eravamo in una specie di Grande Fratello”

di Elena Coatti | 6 min

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“Avevamo microfoni e videocamere in casa, in macchina. Gente appostata fuori dagli uffici. Eravamo in una specie di Grande Fratello“.

È una delle immagini più forti lasciate da Mahmoud Hannoun, intervenuto in collegamento video all’incontro organizzato da Out!* e Ferrara per la Palestina sulla criminalizzazione delle persone e dei movimenti politici palestinesi in Italia nella sede di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, iniziativa sostenuta dal Fondo culturale di Ateneo 2025/2026. Il suo non è stato un intervento astratto: è il racconto, diretto e senza filtri, di cosa significa trovarsi al centro di un’inchiesta per terrorismo che – afferma lui stesso – non ha mai trovato prove concrete.

Mahmoud parla come membro dell’Associazione dei palestinesi in Italia, ma soprattutto come figlio di Mohammad Hannoun, architetto e attivista palestinese arrestato il 27 dicembre 2025 insieme ad altre sei persone nell’indagine della Procura di Genova sul presunto finanziamento ad Hamas. Tra loro anche Ra’ed Dawoud, oggi detenuto nel carcere di Ferrara.

Il quadro giudiziario, nelle ultime settimane, ha registrato una svolta: la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento di custodia cautelare, rinviando al Riesame una nuova valutazione. I quattro indagati ancora in carcere (tra cui Hannoun e Dawoud) restano detenuti in attesa della decisione, ma la difesa parla di un impianto accusatorio indebolito, soprattutto dopo l’esclusione dei documenti forniti dai servizi segreti israeliani, ritenuti non utilizzabili. Un passaggio decisivo, perché proprio su quel materiale si reggeva gran parte del collegamento tra le attività dell’associazione e il finanziamento del terrorismo.

È su questo sfondo che si inserisce il racconto del figlio. Ma Mahmoud non parte dall’inchiesta. Parte dalla storia del padre: “Un profugo palestinese arrivato in Italia negli anni ’80 per studiare architettura”. Poi il lavoro, e infine l’impegno: “All’inizio degli anni 2000 fonda un’associazione benefica per aiutare la popolazione palestinese. Da più di vent’anni raccoglie fondi, organizza missioni, lavora alla luce del sole”. Non solo attività umanitaria, ma anche presenza pubblica e politica: una figura, racconta, conosciuta e attiva nel dibattito italiano.

Per questo, dice, le accuse lo sorprendono ma non lo convincono: “È quasi una vergogna pensare che dopo 25 anni si scopra improvvisamente che finanzia il terrorismo. Non c’è nessuna prova di collegamenti con attività terroristiche”.

Il passaggio dal racconto pubblico a quello privato è brusco. Il 27 dicembre, racconta, “è stato un giorno molto difficile”. La scena è quella di un’irruzione all’alba: “Hanno bussato alla porta fortissimo, ‘aprite, aprite’. Mi ha ricordato quello che succede da decenni in Palestina, in ‘stile Idf'”. In casa entrano decine di agenti: “Erano più di trenta, molti incappucciati. Sembrava un’operazione enorme, come se ci fosse qualcosa di gravissimo”.

La famiglia viene separata. Mahmoud portato in ufficio, il padre in questura. La madre e la sorella restano a casa durante la perquisizione. “Siamo stati tagliati fuori dal mondo: telefoni sequestrati, nessuna informazione”. In ufficio, racconta, tutto viene controllato: “Hanno messo sottosopra ogni cosa. E si sono anche stupiti della nostra collaborazione e tranquillità, della totale trasparenza”.

Solo in tarda serata, un contatto rapidissimo: “Ci hanno fatto salutare nostro padre per un minuto. Poi lo hanno portato in carcere a Genova”. Il resto arriva dai media: “Ho capito cosa stava succedendo guardando spezzoni dai media online. Era come se fosse tutto già deciso”.

L’inchiesta, spiega Mahmoud, affonda le radici più indietro. “È la riapertura di un caso del 2010, che era stato chiuso senza provvedimento. Mio padre ne era uscito pulito”. E, aggiunge, non si tratta di un caso isolato: “Conosco una persona nei Paesi Bassi accusata nello stesso modo per attività benefiche, rimasta in carcere un anno e poi rilasciata perché non c’era nulla”.

Ma è nei mesi successivi all’arresto che, secondo Mahmoud, emerge l’aspetto più invasivo dell’indagine: “C’erano microfoni e videocamere ovunque. Persone appostate fuori dagli uffici di Genova e Milano. Controllavano le macchine nostre e degli altri indagati”. Una sorveglianza capillare, racconta, iniziata già dal 2023: “L’indagine parte a novembre 2023, subito dopo l’inizio del genocidio a Gaza. Non è una coincidenza“.

La sensazione è quella di un monitoraggio continuo: “Era davvero come essere in un Grande Fratello”. Una macchina investigativa che, nel suo racconto, appare sproporzionata rispetto ai fatti contestati. “Le prove trovate in due anni di indagini sono ridicole”, afferma. “Non ci sono finanziamenti a operazioni militari, non ci sono contatti con organizzazioni terroristiche“.

Al centro delle sue contestazioni ci sono soprattutto relazioni che, sostiene, vengono lette in modo distorto. Il caso più emblematico è quello di Osama Alisawi. “È una persona che mio padre conosce dagli anni ’90, quando entrambi erano in Italia a studiare architettura”. Un rapporto che nasce molto prima di qualsiasi incarico politico.

La svolta arriva nel 2007, quando, dopo le elezioni palestinesi vinte da Hamas, Alisawi viene nominato ministro tecnico dei Trasporti nella Striscia di Gaza. “Un ministro tecnico, cioè scelto per le sue competenze”, precisa Mahmoud.

Ed è qui che, secondo l’impostazione accusatoria, quel rapporto diventerebbe problematico. Per la famiglia Hannoun, invece, si tratta di una condizione inevitabile per chi opera con progetti umanitari sul territorio. “Per far entrare aiuti a Gaza ed essere sicuro che arrivino devi interfacciarti con chi amministra quel territorio. Non esistono alternative. È così per tutte le organizzazioni”.

Ciò che viene presentato come contiguità con Hamas, quindi, è, al contrario, una necessità operativa: “Il fatto di avere rapporti con una figura del governo locale viene trasformato automaticamente in finanziamento al terrorismo”. Una lettura che contesta apertamente: “Se questa logica passa, qualsiasi organizzazione che lavori a Gaza rischia di essere accusata allo stesso modo“.

Il nodo, però, resta quello del materiale di intelligence israeliano. “C’era un dossier enorme in cui decine di associazioni venivano indicate come terroristiche”, racconta Mahmoud. “Qualsiasi realtà legata a Gaza era Hamas“. La decisione della Cassazione di escludere quei documenti viene letta come una svolta: “Era uno dei pilastri dell’accusa. Adesso è caduto“.

Nel suo intervento, Mahmoud allarga il discorso oltre il caso personale: “Questa cosa ha spaventato i palestinesi, ha spaventato anche i musulmani. Si è creato un clima in cui chi sostiene la Palestina rischia di essere criminalizzato“. E aggiunge: “L’idea che tutto ciò che riguarda la Palestina sia terrorismo si sta diffondendo anche in Europa”.

La testimonianza di Mahmoud si chiude tornando alla dimensione concreta del lavoro dell’Associazione benefica di solidarietà con il Popolo Palestinese. Conti bancari chiusi già da anni, difficoltà nel trasferire fondi, soluzioni alternative per far arrivare gli aiuti. “Sono andato personalmente in Egitto, ho visto i magazzini dove vengono raccolti e acquistati gli aiuti. Ho visto medicine, cibo, beni di prima necessità. È tutto documentato”.

E poi la convinzione, ribadita più volte, sull’esito dell’inchiesta: “Questa faccenda finirà come quella precedente, senza nulla di fatto”. Ma il punto, per Mahmoud, resta un altro. “Mio padre ha pagato a caro prezzo il fatto di non essere rimasto in silenzio“.

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