di Emanuele Gessi
“Mentre i coloni ci minacciavano, un gruppo di ragazzi di Youth of Sumud (movimento di resistenza palestinese, ndr) è arrivato con degli ulivi e li ha piantati. In quel preciso istante ho vissuto sulla mia pelle il significato della parola sumud. E ho capito. Il sumud significa che se tu vieni qui con i mitra e ci dici che ci ucciderai, io pianto un ulivo. E se tu lo taglierai, io ne pianterò un altro. Il sumud è lotta centimetro per centimetro. È perseveranza”.
A illuminare il significato del termine arabo, che fra le altre cose dà il nome alla missione umanitaria della Global Flotilla, è Francesca di Mediterranea Saving Humans (che ha chiesto di poter mantenere la riservatezza sulla propria identità). L’attivista è intervenuta a Ferrara, al Circolo Arci Bolognesi, sabato pomeriggio (18 aprile), portando in città la propria testimonianza, dopo aver trascorso mesi in Cisgiordania, in prima linea per il progetto Mediterranea with Palestine.
Fra gli episodi vissuti sul campo dall’attivista, quello di esser stata vittima di un raid israeliano, durante il suo periodo di permanenza in Masafer Yatta (l’area rurale a sud di Hebron). “Mi trovavo nella Guest House – spiega – una struttura molto grande, costruita nel giardino privato della famiglia Hureini”, i fondatori di Youth of Sumud. L’edificio era sotto ordine di demolizione, in quanto “Israele può impartire ordini di demolizione con qualsiasi scusa”. È qui che una notte Francesca subisce l’aggressione insieme ai locali palestinesi che alloggiavano con lei. “Noi eravamo lì per presidiarla e fare interposizione non violenta”. Ma la situazione degenera. “Verso mezzanotte e mezza, ho visto delle luci entrare velocemente nel giardino di casa. Mi sono affacciata ed erano quattro camionette dell’Idf. Hanno fatto un’incursione sfondando la porta. E da lì in poi hanno messo in atto tutta una serie di intimidazioni psicologiche”. Dura la lezione tratta: “L’obiettivo dell’occupazione è esattamente farti vivere nel terrore costante e perpetuo”.
Sono diversi gli avvenimenti, vissuti e condivisi da Francesca, che arrivano a far commuovere il pubblico presente in sala. Tra le mansioni che i palestinesi hanno affidato agli attivisti di Mediterranea, quella di fare vigilanza notturna, “perché di notte i coloni scendono nei villaggi, infastidendo e brutalizzando le famiglie”. Nello specifico, l’attivista ha trascorso un periodo come ospite di una famiglia “che abita in una vallata, all’interno del villaggio che presidiavamo, composto da due case”. Una lotta all’occupazione descritta “veramente casa per casa, perché quando quelle due famiglie se ne andranno i coloni prenderanno tutta la vallata”.
L’attivista riporta inoltre la storia della ragazzina che di notte dormiva all’addiaccio per fare da sentinella sui possibili attacchi dei coloni alla proprietà di famiglia. Con il padre che “si svegliava e accendeva la torcia ogni volta che io mi muovevo per bere un bicchiere d’acqua. Quello era il suo massimo di riposo. La privazione del sonno è una forma di tortura, perpetrata nei confronti di centinaia di persone”.
Quindi il tentativo costante di disumanizzare la popolazione palestinese: “L’immagine che abbiamo visto fotografata dall’Espresso qualche giorno fa, in cui il colono mima il ghigno che si fa al gregge per richiamarlo all’ordine, non è casuale. È il costante tentativo di paragonare i palestinesi a degli animali”.
Da parte di Francesca arriva anche una critica rivolta alla narrazione mediatica, tacciata di eufemismi e imprecisioni: “È così che stanno annettendo la Cisgiordania. I nostri giornali dicono che Israele sta facendo un piano di annessione, ma Israele in verità ha già annesso la Cisgiordania. Mangiandone ogni giorno chilometri. Non è qualcosa che succederà, è qualcosa che sta già succedendo”.
Tornando alle ragioni fondanti da cui trae origine la missione palestinese di Mediterranea, c’è la decisione di documentare l’oppressione subita dalla popolazione civile palestinese, tramite un monitoraggio delle violazioni dei diritti umani, attraverso una presenza prolungata degli attivisti sul posto. Dal primo rapporto (intitolato “Occupare una terra per cancellarne il popolo”) reso fruibile dall’organizzazione emergono 838 violazioni documentate in 27 villaggi palestinesi in poco più di quattro mesi (da gennaio a maggio 2025). Annunciata la pubblicazione, nelle prossime settimane, anche del report riguardante la seconda metà del 2025.
Francesca evidenzia: “Andare in Palestina per noi di Mediterranea nasce dalla volontà di essere presenti dove serve”. La prima preoccupazione dunque era “essere strumento della resistenza, stando al fianco della popolazione con umiltà”.
Non sono mancati i momenti di scoraggiamento, ammette l’attivista. “Delle volte arrivi a chiederti se il tuo contributo sia ancora utile alla causa”. Ma la popolazione locale, assicura, non ha dubbi: “I ragazzi di Youth of Sumud ci hanno detto che la nostra presenza è un monito. Ricorda a tutti che c’è ancora qualcuno che crede che un giorno la Palestina potrà essere liberata. Ci hanno esortato a continuare ad andare là, portando la nostra immaginazione perché si unisca alla loro”.
“Ciò che sta avvenendo – conclude Francesca – non è solo un genocidio. È in atto un’appropriazione culturale dell’immaginario palestinese e un attentato costante alla loro identità per distruggere tutto: simboli e nomi compresi”.