Attualità
9 Giugno 2025
Sotto accusa la campagna contro la RU486: i collettivi transfemministi e Fgc denunciano disinformazione e colpevolizzazione. “Un attacco all’autodeterminazione”

A Ferrara esplode la polemica sui manifesti antiabortisti di Pro Vita & Famiglia

di Redazione | 3 min

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di Elena Coatti

Si accende la polemica a Ferrara dopo l’affissione di manifesti antiabortisti firmati dall’associazione Pro Vita & Famiglia. Al centro della controversia, l’aborto farmacologico e in particolare l’uso della pillola RU486, alla quale la onlus dedica la sua ultima campagna dal titolo: “RU486? Hai il diritto di saperlo”. Una comunicazione d’impatto, con un Qr Code che rimanda a una lunga pagina web che ne descrive gli “effetti collaterali”, l’impatto psicologico e che definisce l’aborto come “l’omicidio di un innocente”.

Ma la risposta dei movimenti transfemministi non si è fatta attendere. In un comunicato congiunto, i collettivi Ferrara Transfemminista e Out!* denunciano quella che definiscono “propaganda antiabortista e disinformazione” che “non ha alcun diritto di influenzare le scelte personali”.

Sulla questione si è pronunciata anche la sezione ferrarese del Fronte della Gioventù Comunista, condannando la “becera campagna antiabortista portata avanti col peggior paternalismo e le più bieche forme di intimidazione morale, rivolte direttamente ad una ipotetica lettrice che stia affrontando tale complessa decisione”.

L’aborto è una conquista sociale – affermano i militanti del Fronte -, che abbiamo il dovere di difendere in ogni contesto dagli attacchi dei Pro Vita”.

“Nessuno ha il diritto di dirci cosa fare dei nostri corpi e dei nostri uteri”, riferiscono poi le transfemministe, puntando il dito contro l’uso strumentale di dati medici “per scoraggiare le persone dall’autodeterminarsi”.

I collettivi sottolineano inoltre le difficoltà già esistenti nell’accesso all’aborto in Italia, aggravate dalla massiccia presenza di personale medico obiettore e dalle resistenze delle strutture sanitarie all’uso della RU486. In molte regioni, spiegano, le donne e le persone gestanti sono di fatto costrette a ricorrere all’aborto chirurgico, un’opzione più invasiva e con tempi più lunghi, a fronte di una pillola che, “pur non esente da effetti collaterali come qualunque farmaco, rappresenta un’opzione meno traumatica e più autonoma”.

La campagna di Pro Vita & Famiglia, presentata da Simone Ortolani e Francesco Perboni, referenti dell’associazione rispettivamente a livello nazionale e regionale, insiste sulla “necessità di informare correttamente le donne” sui rischi dell’aborto farmacologico, che viene definito un “processo doloroso, pericoloso, spesso traumatico”. L’uso della RU486, approvata in Italia nel 2009, viene descritto sul sito dell’associazione come una “soppressione del bimbo concepito” e il farmaco come “non sicuro, specialmente senza ricovero”.

Ma per i collettivi transfemministi, la narrazione veicolata dai manifesti è “colpevolizzante e manipolatoria”. In particolare, le attiviste contestano l’idea stessa che l’aborto sia “una scelta da rimpiangere” o da temere, ribadendo che la possibilità di interrompere una gravidanza in modo libero e sicuro è un diritto garantito dalla legge 194 del 1978. “È vergognoso che nel 2025 ci sia ancora chi pensa di poter giudicare e influenzare scelte che non riguardano nessun altro se non chi le vive sulla propria pelle”, concludono.

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