Economia e Lavoro
28 Dicembre 2015
Il meccanismo previsto dall'assemblea dei soci del 30 luglio poteva essere usato per 'salvare' gli obbligazionisti

Carife. Che fine ha fatto l’ipotesi warrant?

Carife - Cassa di risparmio di Ferrara
di Daniele Oppo | 3 min

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Carife - Cassa di risparmio di FerraraAssemblea straordinaria dei soci. Era il 30 luglio, appena cinque mesi fa, quando è stato approvato l’aumento di capitale da 300 milioni di euro in modo da poter far entrare il Fondo interbancario di tutela dei depositi e salvare la Carife dal fallimento.

Se ne è parlato molto dal 22 novembre in poi, da quando cioè Bankitalia e governo hanno optato per una soluzione diversa, buona per Carife così come per Banca Marche, Popolare Etruria e CariChieti: il decreto “salva banche”, l’istituzione del Fondo di risoluzione, la bad bank, le “Nuove” e sane banche, gli scheletri di quelle vecchie. Gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati “azzerati”, l’orrendo scaricabarile delle responsabilità, il fondo di solidarietà da 100 milioni di euro per restituire qualche spicciolo ai bondisti rimasti incastrati, l’arbitrato affidato all’Autorità nazionale anticorruzione, che di mestiere si occupa della trasparenza negli appalti, non di banche.

Perché allora tornare a quel 30 luglio e a quell’assemblea le cui decisioni sono ormai prive di valore? Perché c’era una piccola-grande clausola in quell’aumento di capitale, una ‘postilla’: quella dei warrant.

Il Fitd sarebbe entrato ma a una condizione, che Carife emettesse cinque warrant per ogni azione ordinaria da distribuire agli azionisti. Il loro valore era quello delle azioni in quel momento, 0,27 euro, ma era lo scopo a contare davvero: non perdere i soci dando loro la possibilità di rientrare nella banca, se lo avessero voluto, esercitando l’opzione per l’acquisto delle azioni corrispondenti entro un termine di tempo prestabilito – da luglio a dicembre del 2018 – con la buona possibilità che una banca finalmente sana avrebbe portato in alto il loro valore. Una soluzione di mercato anziché migliaia di cause e di arbitrati.

Una tutela proposta dalla Fondazione e che il Fitd stava studiando e non nuova nella storia bancaria d’Italia, già sperimentata con buon successo con la crisi del Credito Ambrosiano negli anni Ottanta. Ma che fine ha fatto quell’idea dopo il decreto “salva banche” e il suo bail-in a metà?

Persi nelle giravolte di governo, Bankitalia, Abi e dello stesso Fitd – tutti prontissimi a puntare l’indice accusatore contro l’Europa per la ‘strage’ di azionisti e obbligazionisti -, nei proclami sulle tutele per i piccoli risparmiatori ‘traditi’ offerte dal Governo con il fondo di solidarietà, l’idea dei warrant è finita quasi dimenticata.

Quasi, perché qualcuno ha provato a rispolverarla e dargli una nuova veste operativa. Oscar Giannino su Il Messaggero del 12 dicembre, alcuni dei risparmiatori bruciati, poi l’opposizione parlamentare (in particolare Renato Brunetta) con un emendamento bocciato e, infine, l’economista Mario Seminerio.

Molto difficilmente vedrà la luce, potremmo inserirla nel capitolo delle “cose che si potevano fare e che non sono state fatte”.

Questa volta l’idea dei warrant non sarebbe andata a vantaggio degli azionisti, ma dei bondisti, fonte non così secondaria della raccolta di capitale per le banche italiane.

L’idea avanzata è questa: il governo avrebbe potuto procedere ugualmente al bail-in degli obbligazionisti subordinati, ma senza azzerarli in via definitiva. E anziché affidarsi agli arbitrati e al fondo di solidarietà una volta fatta la frittata, si sarebbe potuto decidere che le Nuove banche – sanissime e fortissime come orami ci viene ripetuto in tutte le salse – emettessero dei warrant a favore dei bondisti, legati ai crediti deteriorati recuperati oltre il valore del 17% ceduto alle bad bank (circa 1,5 miliardi di euro su 8,5 nominali).

Somme che, anziché essere ‘restituite’ – con una retrocessione – come surplus al sistema bancario, sarebbero potute finire nelle tasche degli ex obbligazionisti compensando (in futuro) almeno parte delle perdite. Compensazione che, nonostante le dichiarazioni del ministro Padoan e lettere dei commissari alla mano, l’Ue non ha mai bocciato.

Una soluzione “market friendly”, come direbbe Padoan, certamente ancorata a un certo grado di incertezza, ma che almeno avrebbe mostrato nei fatti fiducia nell’operatività dei nuovi assetti nati con il “salva banche”.

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