È il turno delle parti civili al processo Coopcostruttori. Dopo la requisitoria della pm Ombretta Volta che aveva chiesto 14 anni per Donigaglia (e, giù, a scalare, 12, 10, 8 anni per gli altri amministratori, fino a pene più miti per i membri “minori” del cda), ieri hanno parlato gli avvocati delle decine di ex soci lavoratori e prestatori che si sono sentiti danneggiati da “Mamma Coop” e che ora si associano alle richieste della pubblica accusa. Tra le varie arringhe quella dell’avvocato Carmelo Marcello si sofferma proprio sullo stato d’animo di chi, in quella bancarotta datata 2003 ma che affonderebbe secondo l’accusa le proprie radici agli inizi degli anni ’90, ha investito e perso i risparmi di due generazioni di operai cresciuti a “pane e cooperativa” nella fede cieca del “mutuo aiuto”.
In aula, nel corso del dibattimento, si è assistito al pianto dei genitori che si sono vergognati davanti ai propri figli per aver tolto loro la certezza di un futuro tranquillo da un punto di vista economico; alla vergogna dei figli per aver perso i risparmi dei genitori; alla disperazione di chi non si capacità della propria ingenuità e di chi è arrivato ad un passo dal suicidio. Alcuni quel passo l’hanno compiuto, come ricorda l’avvocato Bruno Barbieri del Codacons, altri si sono ammalati gravemente.
È vero che in quello che rappresenta il terzo crac italiano per dimensioni dopo Parmalat e Cirio, la dirigenza – a differenza dei primi due casi – “non si è non si è arricchita personalmente”, come sottolineato dall’avvocato Titta Madia, il legale dei commissari straordinari, ma Donigaglia e gli altri hanno voluto “salvaguardare posizioni personali e di potere”, anche a costo di “perdere 250 milioni di euro” negli ultimi sei anni.
E in mezzo a quei milioni si insinua “la sofferenza di tanti lavoratori – riprende Marcello -, di tante famiglie che hanno creduto nella cooperativa costruttori fino al punto di investirvi tutti i propri risparmi”. Sofferenze “patite da una moltitudine di persone che con l’inganno, con le “interpretazioni elastiche dei principi contabili” come si sono espressi i periti, con gli stratagemmi volti ad ottenere un assenso incondizionato, sono stati indotti a dare fiducia agli amministratori della cooperativa”.
Una fiducia incondizionata al punto che molti si sentivano in dovere “di pagare la “quota associativa” perché, “da uomo di sinistra”, sono parole di Valentino Piazzi, “la cooperativa poteva avere bisogno” ed era un “dovere morale lasciare i propri soldi lì fino a quando la cooperativa non si fosse ripresa”.
Votarono quindi alle assemblee in cui si chiedeva loro di sottoscrivere le apc. E anno per anno, bilancio dopo bilancio, si sentivano ripetere le stesse rassicurazioni: “la solidità patrimoniale è elevatissima”, “l’azienda è fortemente patrimonializzata e robusta”. fino alle riserve tecniche che diventano, nel 96, per Donigaglia, “non un punto di debolezza del bilancio ma un risultato strepitoso”.
E chi doveva controllare, come i sindaci e i revisori “pare che si siano posti dalla stessa parte del soggetto che avrebbero dovuto controllare”, fornendo rassicurazioni ai soci che si cono comportati come I ciechi del quadro di Brueghel, aggrappati ad un bastone ma condotti in un fosso”.
E intanto “il deficit finanziario, ci hanno detto i periti, era in continua crescita, la società bruciava cassa, ed il suo presidente continuava a parlare di solidità patrimoniale e di ampie garanzie per chi avrebbe continuato ad investire. Sappiamo tutti come è andata a finire…”.
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