C’è una certezza: alcuni camion non passavano la prima “visita”. Lo hanno confermato tutti e quattro i testimoni sentiti ieri in tribunale nell’ambito del processo relativo alla centrale a biomasse di Bando d’Argenta.
Nel processo sono costituiti parti civili Legambiente, il Comune di Argenta, la Provincia di Ferrara e la Regione Emilia-Romagna e il Ministero dell’Ambiente. Al momento le posizioni al vaglio del tribunale sono quelle di quattro dei sette imputati iniziali.
Rispetto alle prime imputazioni, infatti, Martino Pasti, procuratore speciale, è già stato condannato in patteggiamento a due anni con la condizionale, e altri due ex dirigenti, Marcello Figueira e Anthony De Furia, rispettivamente presidente e amministratore delegato della San Marco Bioenergie, sono stati sanzionati con una pena pecuniaria per i mancati controlli delle emissioni della centrale. Sono rimaste dunque le posizioni dei responsabili della centrale di Bando di Argenta che fino al 2006 hanno lavorato per la San Marco e del responsabile di una delle ditte fornitrici da cui partivano i rifiuti contestati: Giovanni Aliboni, presidente del cda della centrale termoelettrica San Marco Bioenergie, Lanfranco Graziani, vicecapo della centrale, Massimo Costa, fuel manager, e Giacomo Gallusi, legale rappresentante della Enervision, azienda di Dosolo (provincia di Mantova) fornitrice di biomasse (legno vergine non trattato).
Secondo l’accusa quella centrale che doveva bruciare esclusivamente legna vergine e scarti di produzione alimentari e agricoli, ha invece incenerito anche altri rifiuti non consentiti. Uno smaltimento abusivo di un notevole quantitativo di rifiuti contaminati da metalli pesanti quali cromo, rame, piombo, titanio e vanadio, oltre a materiale costituito da pezzi di plastica, pezzi di ferro, sabbia, terra, legno trattato, indicato come “non idoneo”.
E ieri gli addetti all’area legno, che rivestivano mansioni di ricezione del materiale in entrata per la verifica della congruità della merce, “hanno confermato – spiega l’avvocato Denise Mondin dello studio Zanforlini, che rappresenta Legambiente – che ai cancelli arrivavano anche camion carichi di altro materiale”: “materiale inquinato”, dalla presenza di “plastica o altra sostanza non ben definibile”. In questi casi i carichi venivano respinti. A volte, però “succedeva che su ordine della direzione venissero fatti rientrare”.
Nessuno dei testi ha però saputo definire il tipo di materiale “respinto”, né quantificare la possibile sostanza inquinante. Si trattava infatti di una prima valutazione visiva: le ulteriori analisi in caso di rifiuto del carico competevano ad altri settori.
E in effetti “l’indagine visiva ha ben poco di scientifico”, rimarca l’avvocato LivioVeronesi, che bolla il risultato delle testimonianze come “un po’ evanescente”, ricordando poi, nel particolare della sua difesa specifica, che “nessuno dei testimoni sentiti fino ad oggi ha fatto il nome del mio assistito, l’ingegner Graziani”.
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