Cronaca
13 Febbraio 2010
I retroscena delle “Chinatown” del tessile

Gli sfruttatori vivevano nel lusso più sfrenato

di Marco Zavagli | 4 min

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È in qualche modo dedicata a lui l’operazione, ad Alfonso Vigneri, il brigadiere di 45 anni, in forza alla tenenza di Portomaggiore, morto in un incidente stradale martedì scorso (i funerali si terranno lunedì alle 15 a Codigoro. A Ferrara verrà allestita la camera ardente dalle 10.30 di questa mattina), proprio dopo aver passato l’intera notte insieme ai colleghi della guardia di finanza nell’ispezionare le tre “chinatown” del tessile.

E lo dice apertamente durante la conferenza stampa il colonnello Fulvio Bernabei: “a Vigneri va il merito di questa indagine; abbiamo pensato fino all’ultimo se tenere o meno questa conferenza. Alla fine abbiamo creduto di onorare in questo modo l’uomo e il finanziere”.

Un uomo e un finanziere che ha contribuito a portare a galla un mondo sotterraneo che vedeva lo sfruttamento di decine di persone proprio in provincia di Ferrara. “Ci si è gelato il sangue nello scoprire in che condizioni vivevano questi stranieri – riporta Bernabei -, quello che abbiamo visto rientra davvero in una negazione dei diritti umani”.

È stato anche difficilissimo interrogare i lavoratori. A parte i problemi legati alla lingua (sono dovuti intervenire quattro interpreti), altre difficoltà hanno reso il compito ancor più difficile per gli inquirenti. I “capetti” della situazione, quelli che li controllavano per conto dei titolari dei laboratori, pesavano ogni risposta e intervenivano addirittura per correggere risposte non accomodanti. Alcuni di loro sono stati allontanati con la forza per consentire ai dipendenti di rispondere senza dover sempre incrociare il loro sguardo di consenso.

La condizione di soggezione psicologica cui erano sottoposti era abbastanza evidente. Basti l’esempio di un giovane operaio cinese che si era nascosto sotto una valanga di ritagli di vestito, rischiando quasi di rimanere schiacciato. Lo straniero è stato trovato dopo due ore e alla domanda sul perché non fosse scappato nel frattempo ha balbettato: “perché ho paura”. Quelle persone rinchiuse nei dormitori-fabbriche non avevano nemmeno una minima idea di dove fossero, di dove si collocasse geograficamente Vigarano Pieve.

I prossimi passi dei militari saranno volti a “distinguere nettamente tra sfruttatori e sfruttati: è già stata avviata l’attività di indagine per determinare pienamente le responsabilità penali di chi approfittava della dignità di queste persone”.

L’operazione è stata condotta in collaborazione con la Direzione provinciale del lavoro, che sta studiando questo “fenomeno che va al di là della semplice delocalizzazione della manodopera tessile – interviene il direttore della Dpl di Ferrara Maurizio Tedeschi -. La diffusione di questa piaga è stata riscontrata soprattutto nell’Alto ferrarese, tra Bondeno e Cento. Una piaga che si pone completamente al di fuori del sistema produttivo, schiacciando con prezzi inarrivabili chi lavora onestamente secondo le regole e rispettando la legge”.

Ora, a livello amministrativo, per due delle tre aziende ispezionate è scattata la sospensione automatica dell’attività perché è stata riscontrata una percentuale di lavoratori in nero superiore al 20% del totale di dipendenti impiegati. A Vigarano Pieve, ad esempio, su 24 persone, 15 erano clandestini. Ma anche chi era in regola si vedeva segnate meno ore di quelle effettive ed era costretto a “rendere” praticamente lo stipendio pagando vitto e alloggio ai propri sfruttatori. Solo la ditta di Argenta si è salvata dalla sospensione, in quanto “mini impresa” (un lavoratore in nero su due) e non rientrante nelle previsioni sanzionatorie di questo tipo (per il titolare solo una multa salata).

Per riprendere l’attività i titolari devono pagare le sanzioni e regolarizzare i rapporti di lavoro entro le ore 12 del giorno successivo. E così ha fatto il proprietario cinese del magazzino di Vigarano. Si è presentato alla Dpl e ha versato in contanti la cifra di quasi 50mila euro.

Una disponibilità economica che non ha sorpreso i finanzieri, che avevano già indagato sulle sue attività. “Mentre i loro dipendenti erano costretti in condizioni disumane, i datori di lavoro vivevano nel lusso più sfrenato – conferma Bernabei -, con auto costosissime e abitazioni sfarzose”. Non solo. “L’enorme provento ottenuto attraverso la manodopera clandestina permetteva margini di guadagno enormi, che venivano reinvestiti in altre attività commerciali, come negozi del centro in settori merceologici diversificati”.

Ora le indagini proseguono per capire i punti ancora oscuri della vicenda. A partire da chi ordinava le commesse e chi faceva da intermediario tra le grandi case di moda e gli sfruttatori.

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