Politica
9 Gennaio 2010
L’ex segretario Pd: “Il partito dell’amore? Una sonora sciocchezza”

Crisi, l’undicesima parola di Franceschini

di Marco Zavagli | 3 min

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Tutto in dieci parole. Non una di più. Sono quelle che secondo Dario Franceschini, ex segretario nazionale del Pd servono per sfidare la destra. Per sfidarla in un modo nuovo. Non più a rincorrere, ma – possibilmente – a precedere.

È un Dario Franceschini placido e tranquillo, lontano dai mal di mancia della corsa alle primarie e dai continui vis-à-vis con le telecamere, quello che ieri pomeriggio ha presentato nella caffetteria del castello estense, nella sua Ferrara, il suo ultimo libro.

Un volume di 199 pagine (uscito a novembre per i tipi della Bompiani) dal titolo “In 10 parole. Sfidare la destra sui valori”. Con lui, di fronte alla saletta gremita, il folto pubblico delle occasioni e gran parte del Pd locale. Non saranno le folle di prima del 25 ottobre, ma il parlamentare ferrarese sa apprezzare.

Così come ha saputo apprezzare l’editore (“nonostante l’avessi avvisato!”, scherza l’autore) il succo dei suoi dieci viaggi da candidato a via delle Fratte intorno all’Italia “vera, dei valori, della gente”. Ognuno dei quali è scaturito in un discorso tematico, che a sua volta è stato riassunto in una sola parola. Le donne, i volontari, gli educatori, i nuovi italiani, i talenti, i lavoratori, i nonni, gli imprenditori, i ragazzi del sud, i liberi. Dieci parole, appunto.

Parole che “non mi sono bastate per vincere le primarie ma hanno coagulato attorno alla mia persona una parte del Partito democratico”. Eppure, come sottolinea in sede di presentazione la giornalista di Telestense Dalia Bighinati, alla destra ne bastano ancor meno per convincere gli italiani a votarla. Ultimamente ne sono sufficienti sei: “partito dell’amore” e “partito dell’odio”.

“La destra parla in un modo più comprensibile – ammette Franceschini; a livello europeo, dopo la caduta del Muro, abbiamo assistito a un corteo di messaggi tanto chiari quanto da noi non condivisibili: meno Stato, meno regole, meno vincoli, l’alimentare le paure delle persone per poi offrire protezione. E la destra italiana ha imparato. Oggi in Italia chi vota a destra sa esattamente cosa vota; non possiamo dire altrettanto per chi vota per noi”.

Un deficit comunicativo che negli ultimi dieci anni “ci ha visto inseguire la destra sulle parole e non sui valori. La politica – sostiene Franceschinni – deve essere lo strumento per eliminare le ingiustizie e le disuguaglianze: questa è la nostra sfida, altrimenti siamo condannati a essere perdenti”.

Idee che non hanno avuto come seguito la maggioranza interna del Pd, “ma che mi sono servite per catalizzare su di me l’attenzione di un milione e 34mila persone, nei confronti dei quali sento di avere una responsabilità: mettere quelle idee al servizio del Pd”.

Un modo per guardare avanti, quasi in senso “mazzolariano”, come suggerisce l’altro intervistatore, il direttore de La Nuova Ferrara Paolo Boldrini? “Bisogna farlo – risponde il politico-scrittore -, pena la perdita della capacità di andare lontano”.

Per questo Franceschini battezza come “una sonora sciocchezza” l’idea di “spaccare il paese in partito dell’amore e partito dell’odio, un escamotage per farci trascinare di nuovo in un’agenda redatta da altri”.

Un’agenda che vede al primo punto le riforme istituzionali, come fa notare il giornalista del “Carlino” Stefano Lolli. “Le riforme sono importantissime – concede Franceschini – ma non devono coprire temi ancora più urgenti come quelli della crisi: nel 2010 vivremo il vero dramma lavorativo che si sta consumando nel silenzio più totale”.

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