Piange Patrizia. Piange il giorno dopo la notizia che lo Stato risarcirà lei e la sua famiglia con quasi due milioni di euro per la morte di Federico Aldrovandi, suo figlio. Le lacrime non sono di felicità. “Piango per le domande che mi stanno rivolgendo i vostri colleghi in queste ore – ci dice al telefono –. Tutti vogliono sapere cose ne farò di tutti quei soldi. Ma che m’importa. Vorrei riavere mio figlio piuttosto. Se vogliono, facciano loro il cambio con me. Lo farei mille volte”.
Quanto al fatto che l’accordo sul risarcimento comporterà di conseguenza la non costituzione di parte civile nei procedimenti e gradi ancora aperti, Patrizia annuncia: “sarò in aula con mio marito a mio figlio Stefano lo stesso, anche senza avvocati, per seguire personalmente la continuazione del processo”.
Le domande quantomeno insistenti dei cronisti mettono in secondo piano per Patrizia Moretti la volontà risarcitoria del Ministero degli Interni alla luce della condanna in primo grado a 3 anni e mezzo per omicidio colposo dei quattro agenti che la mattina del 25 settembre 2005 ingaggiarono una violenta colluttazione con il ragazzo di 18 anni.
“Questo (del risarcimento, ndr) è un passo importante, almeno così pensavo – aveva scritto poche ore prima dell’assalto dei giornali la donna sul suo blog -. Mi sono chiesta tante volte se accettare significava vendere mio figlio. Ma purtroppo Federico non me lo potrà restituire nessuno e io non ho nemmeno più la forza di odiare. Mi piace pensare che questo sia un gesto riparatore dello Stato e delle istituzioni nei confronti miei e della mia famiglia. Doveroso e significativo, così mi piace pensare, perché i poliziotti che hanno ucciso mio figlio non faranno un giorno di carcere, mai, anche se proseguissimo in appello e in Cassazione perché i poliziotti che hanno ucciso mio figlio rimarranno in servizio anche se vinceremo in appello e in Cassazione. Questo non è giusto e siccome l’odio dentro di me non deve prevalere sull’amore che ho ancora e sempre per Federico mi piace pensare che lo Stato mi abbia chiesto scusa perché altro non mi rimane. L’unica soddisfazione è quella di avere restituito la verità sulla sua morte e sulla sua memoria ma nessuno purtroppo pagherà per ciò che ci hanno fatto, perché questa è l’Italia”.
Un’Italia che continua a essere divisa in due sulla vicenda Aldrovandi e che in parte è pronta a scommettere che dietro a tutto ci possa essere un interesse a fare carriera politica o ad avere visibilità. “Lo so – conferma Patrizia Moretti -, ho letto alcuni commenti su Estense.com e ne soffro. A coloro che nutrono questi dubbi chiedo solo di leggersi la sentenza del giudice Caruso. Vale mille spiegazioni”.
E in quelle 567 pagine di sentenza, depositata 90 giorni dopo la condanna avvenuta il 6 luglio 2009, il tribunale non fece sconti quanto al comportamento dei quattro poliziotti, Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto.
“Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta – scriveva il presidente del tribunale -, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione. È forse questo quello che fa più male di quel 25 settembre 2005, morire a 18 anni senza alcuna ragione”.
“Ciascuno dei 54 punti di rilievo medico-legale – si legge con riferimento alle lesioni sul corpo del giovane – potrebbe singolarmente dare corso ad un procedimento penale per lesioni”. Questo è “indiscutibilmente indicativo di uno scontro violento, prolungato, doloroso, di una serie continua di contatti violenti, effetto delle due colluttazioni in cui Aldrovandi fu coinvolto”.
A maggior ragione se si guarda al tipo di lesioni riportate dagli agenti: nessuno di loro presenta “significativi segni di violenza esterni. Tutti lamentano e a tutti vengono diagnosticate policontusioni sulla base di dolenzie dagli stessi lamentate, ma di obbiettivo – tronca Caruso – risulta poco”.
Basti pensare alla foto del volto di Federico, “schiaffata” come un grido di dolore dalla madre, patrizia Moretti, sul suo blog. Lesioni, queste, che “ne hanno deformato l’aspetto (di Federico, ndr) e che evidenziano continua il giudice -, non certo ferite a carattere mortale e tanto meno gravemente lesive, ma la grossolanità e l’incontrollato e abnorme uso della violenza fisica da parte degli agenti, dissociata da effettive necessità del momento e dagli scopi che dovevano essere, in ipotesi, ragionevolmente perseguiti”.
Ne consegue, secondo la sentenza, che quello avvenuto in via Ippodromo la notte del 25 settembre 2005 fu “un furioso corpo a corpo tra gli agenti di polizia e Federico”, durante il quale vennero rotti due manganelli, “con i quali colpirono l’Aldrovandi in varie parti del corpo, continuando dopo che lo stesso era stato costretto a terra e qui immobilizzato al suolo, nonostante i verosimili ma impari tentativi del ragazzo di sottrarsi alla pesante azione di contenimento che ne limitava il respiro e la circolazione”.
“Quando un affare del genere – scrive Caruso – si verifica in una città civile come Ferrara, dotata di opinione pubblica e società civile reattive, di un sistema di informazione diffuso e disposto a diffondere notizie e spiegazioni e a non subire condizionamenti (gli interessi in gioco non sono tali da indurre cautele), il fatto di cronaca, una morte di immediato rilievo giudiziario, diventa un caso. Non un qualsiasi procedimento giudiziario ma un affare pubblico”.
Grazie per aver letto questo articolo...
Da 20 anni Estense.com offre una informazione indipendente ai suoi lettori e non ha mai accettato fondi pubblici per non pesare nemmeno un centesimo sulle spalle della collettività. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati non sempre è sufficiente.
Per questo chiediamo a chi quotidianamente ci legge e, speriamo, ci apprezza di darci un piccolo contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le decine di migliaia di ferraresi che ci leggono ogni giorno, può diventare fondamentale.
OPPURE se preferisci non usare PayPal ma un normale bonifico bancario (anche periodico) puoi intestarlo a:
Scoop Media Edit
IBAN: IT06D0538713004000000035119 (Banca BPER)
Causale: Donazione per Estense.com