Mar 19 Feb 2019 - 3845 visite
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Disordini in Gad, la ‘versione dei pusher’: “Ci dispiace, volevamo che ci ascoltassero”

Il nigeriano investito sabato sera insieme al suo gruppo: "C'era molta rabbia, ma non volevamo una protesta violenta". Nel loro racconto anche dettagli che vengono smentiti dai carabinieri

(foto dalla pagina Facebook di Nicola Lodi)

Due giorni dopo i disordini davanti ai giardini del Grattacielo, i pusher nella ‘piazza’ dello spaccio ferrarese tengono un profilo basso e non si fermano a lungo sulle panchine del parchetto. L’attenzione delle forze dell’ordine, dei media e della popolazione è più alta che mai e quando qualcuno cerca di approcciare i potenziali acquirenti lo fa in modo più cauto e guardingo: per oggi è meglio non dare troppo nell’occhio.

Un gruppetto di spacciatori e loro conoscenti si è appartato sotto al volto tra il piazzale della Stazione e piazzetta Castellina: sono una dozzina di ragazzi di circa 25 anni, alcuni italiani e in buona parte africani. Tra loro c’è anche Kola, il pusher nigeriano investito sabato sera da un auto e creduto morto dai suoi connazionali, che hanno poi seminato il caos in zona stazione ribaltando cassonetti dei rifiuti lungo il viale.

Che siano presenti anche degli spacciatori nel gruppetto è fuori discussione, viste le offerte di merce che ci vengono fatte passando. Ma anche una volta informati del motivo della visita, Kola e i suoi amici rimangono e sembrano desiderosi di raccontare la propria versione dei fatti (in parte smentita dai carabinieri, come leggerete) e addirittura di chiedere scusa alla cittadinanza per quanto avvenuto. Il 28enne porta un collare ortopedico dopo l’incidente di sabato sera e non parla molto, ma conferma o corregge le parole di un suo amico, Joshua, che si fa portavoce del gruppo esprimendosi in inglese.

Cosa è successo allora sabato sera e perché hanno deciso di iniziare i disordini pubblici? “Eravamo davanti alla stazione quando sono arrivati i carabinieri – afferma Joshua -. Hanno controllato i documenti e Kola non ce li aveva, perché gli avevano rifiutato la richiesta di permesso di soggiorno tre giorni prima. È per quello che è scappato, non perché aveva della droga come è stato scritto. Se avesse avuto della droga lo avrebbero arrestato e non sarebbe qui ora”.

Prima di proseguire con il racconto, occorre sottolineare che il comando dei carabinieri, contattato da Estense.com, ha smentito questa versione e ci ha confermato il ritrovamento di otto grammi di marijuana nelle tasche del 28enne e la sua denuncia per detenzione a fini di spaccio. La mancanza di provvedimenti cautelari potrebbe quindi dipendere semplicemente dall’esigua quantità della droga ritrovata.

Il racconto prosegue e Joshua spiega dell’inseguimento e della successiva rivolta: “Quando Kola è scappato i carabinieri lo hanno inseguito con l’auto fino al cavalcavia (di viale Po, ndr) e ha avuto paura che lo investissero, allora ha cercato di attraversare la strada ma è arrivata un’altra macchina che lo ha colpito. Dopo che l’hanno portato via qualcuno tra ‘i bianchi’ ha iniziato a dire che era morto e si è diffusa la voce, sono iniziati a girare molti messaggi. Noi eravamo là davanti al Grattacielo e chiedevamo ai carabinieri se era vero, ma non ci volevano dire niente. Eravamo molto arrabbiati, tu cosa faresti se gira voce che un tuo amico è morto e la polizia non ti vuole dire niente? Abbiamo bloccato la strada con i cassonetti perché volevamo che i carabinieri ci ascoltassero, ce l’avevamo con loro non volevamo che fosse una protesta violenta”.

Facciamo notare al gruppo che questa versione dei fatti è sicuramente ‘autoassolutoria’: per quanto possa essere comprensibile la paura e la rabbia alla notizia dell’amico morto, è possibile non rendersi conto che una reazione del genere avrebbe semplicemente seminato il panico in città e aggravato le tensioni etniche?

Joshua fa un parziale ‘mea culpa’, pur mantenendo inalterate le sue critiche: “Ci dispiace per quello che avete visto. C’era molta rabbia, pensavamo che un nostro fratello fosse morto e nessuno ci voleva dire nulla. È stato Kelvin (Jacob, il rappresentante della comunità nigeriana, ndr) a venire e dirci che Kola era vivo e appena ce l’ha detto tutti si sono tranquillizzati e sono andati via. Non c’entrava niente lo spaccio o la droga, eravamo preoccupati per la sua vita, però è vero che gli italiani possono aver avuto paura quando hanno visto le foto e le notizie e ci dispiace, chiediamo scusa. Io capisco che i carabinieri fanno il loro lavoro quando ci chiedono i documenti, però quando inseguono qualcuno in questo modo può essere pericoloso anche per le altre automobili, non solo per noi”.

Il discorso rischia di farsi decisamente surreale: non vorrà mica suggerire alle forze dell’ordine di lasciar andare chi scappa dai controlli? La risposta di Joshua è sorprendentemente schietta: “Dovrebbero circondarci prima di intervenire, se pensano che ci siano dei problemi. Dovrebbero mettere altre auto nelle strade di fianco così che riescono a prendere chi scappa dal davanti, non correndogli dietro”. Una conclusione forse ancora più surreale: per la prima volta in assoluto a chiedere più mezzi e agenti a Ferrara è proprio uno spacciatore.

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