Mar 15 Gen 2019 - 2311 visite
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Processo Carife. Bankitalia: “Danno alla vigilanza, risarcimento da 200mila euro”

Osservato un minuto di silenzio in onore dell'ex presidente del Tribunale Rosaria Savastano. Valsabbina chiede condanna degli ex vertici per falso in prospetto, le altre parti civili presentano conclusioni scritte in vista di un futuro giudizio civile

Si è aperta con un minuto di silenzio dedicata a Rosaria Savastano, presidente del tribunale di Ferrara, scomparsa sabato, l’udienza di lunedì 14 gennaio del processo sul crac Carife dovuto alle operazione dell’aumento di capitale del 2011. Vartan Giacomelli, presidente del collegio giudicante, ne ha ricordato le “qualità umane e professionali straordinarie”, ricordando anche che “fino alla fine si è dedicata con tutte le sue forze affinché il tribunale continuasse la sua attività, facendosi carico dei problemi. Si è prodigata affinché anche questo processo potesse andare avanti”.

È stata poi la volta di Banca d’Italia, parte civile, il cui avvocato Stefania Ceci si è associata alle richieste di condanna avanzate dalla procura, chiedendo agli ex amministratori di Carife (Sergio Lenzi, Daniele Forin, Davide Filippini e Michele Sette) di risarcire il danno patrimoniale subito da Bankitalia con un importo complessivo di 207mila euro (pari alla provvisionale richiesta) e quello non patrimoniale, la cui liquidazione è lasciata al collegio.

L’arringa è stata tutta dedicata a mostrare come i vertici di Carife non solo non avessero dato corso alle richieste di Bankitalia, ma anche come gli stessi vertici ne abbiano ostacolato l’attività, ponendo un ostacolo alla vigilanza, sanzionato penalmente. Il legale ha molto insistito sul ruolo e sui poteri di vigilanza di Bankitalia, disciplinati dalla legge e che necessitano della leale collaborazione dei vigilati: “Bankitalia non ha poteri coercitivi nei confronti delle banche, non può sequestrare atti, ha sempre bisogno della collaborazione dei vertici e degli esponenti aziendali. Chiede informazioni, anche quando va in ispezione. La collaborazione è fondamentale. Colpisce che nella sua deposizione Lenzi dica “io sono agricoltore, però non sono banchiere”. Ma come? Gli amministratori sono banchieri, sono loro i responsabili dell’attività della banca”.

“Banca d’Italia ha pressato Carife, ha dato indirizzi e obiettivi ma ovviamente non si può sostituire agli amministratori. È corrisposta una reazione lenta, a volte riottosa, sicuramente generica”, ha affermato l’avvocato Ceci, ricordando la mancata attività di completo acclaramento dei crediti non più esigibili, la mancata razionalizzazione della banca e la mancata riduzione dei suoi costi, a partire dalla riduzione del personale.Si arriva poi all’aumento di capitale da 150 milioni del 2011 che Carife accetta “perché vede che altra strada non ha. Ma l’intento è sempre quello di non compromettere la Fondazione e la ferraresità della banca”.

Ma Bankitalia, oggi si sa, chiede che quell’operazione venga fatta in modo da trovare partner istituzionali, in grado di sorreggere la Carife anche per le future iniezioni di liquidità di cui avrà bisogno. “Banca d’Italia a novembre 2011 ha l’informazione che l’aumento è stato sottoscritto tutto, senza difficoltà, con quattro banche, ci sono anche investitori istituzionali e dovrebbero essere questi quelli con le spalle forti. Poi manda l’ispezione del 2012. Verificano che parte dell’aumento era stato sottoscritto grazie ad accordi con Valsabbina e CariCesena, con un accordo di compartecipazione ai reciproci capitali. Non emerge mai da nessuna segnalazione della cassa, Bankitalia lo scopre con ispezione del 2012”.

“Certamente non è lecito il comportamento della Cassa che ha nascosto le partecipazioni a Banca d’Italia”, afferma l’avvocato che sostiene che in realtà Carife aveva “nascosto che aveva avuto una grossa difficoltà a raggiungere l’aumento di capitale e che questi investitori non erano minimamente disponibili a sostenerla in futuro, visto che avevano voluto una contropartita già prima. Non c’erano accordi di partnership. E prende il 10% del capitale per reinvestirlo in altre banche?”

I legali delle altre parti civili, gli investitori retail, hanno presentato delle conclusioni scritte, sostenendo la richiesta di condanna e chiedendo in generale che il danno da risarcire venga liquidato in un separato giudizio civile (alcuni hanno richiesto anche una provvisionale), per il quale la condanna sarebbe decisamente d’aiuto. Chi non chiede il risarcimento è invece la Banca Valsabbina, che in questo processo ha la veste di imputato (tramite il suo ex dg Spartaco Gafforini, di responsabile civile e di parte civile (per aver perso, alla fine dei conti, 10 milioni di investimento in Carife). La banca chiede oggi la condanna degli ex vertici Carife e di Michele Masini (Deloitte & Touche) per il falso in prospetto, perché “con il prospetto informativo non corretto si è realizzato lo strumento idoneo a indurre in errore Banca Valsabbina”. Niente risarcimento però, perché per poterlo ottenere, per legge, l’istituto bresciano avrebbe dovuto percorrere altre strade in precedenza.

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