sab 14 Lug 2018 - 1472 visite
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Espulso per terrorismo ma le accuse cadono perché mancano le prove

Cadute le accuse penali contro Sajmir Hidri. Il giallo del decreto datato marzo 2017, ma spuntato fuori solo ora dopo più di un anno di oblio. Ancora in ballo il ricorso al Tar

Sajmir Hidri

“Alla luce di quanto emerso dall’informativa della Digos Ferrara del 15 luglio 2016, si deve condividere la valutazione del Pm secondo la quale gli scarsi ed equivoci elementi acquisiti all’esito delle indagini svolte non consentono di sostenere l’accusa in dibattimento”.

Recita così il decreto di archiviazione emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bologna nei confronti di Sajmir Hidri, il cittadino albanese di 38 anni, espulso nell’estate del 2016 dall’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, sulla base delle indagini della Digos di Ferrara.

Un decreto di archiviazione datato 23 marzo 2017, perso tra mille altri fascicoli e ritrovato solo un anno e quattro mesi dopo, mentre pende ancora il procedimento amministrativo davanti al Tar del Lazio sul provvedimento di espulsione che gli vieta di far ritorno in Italia per 15 anni, fermo proprio in attesa che venisse definita la vicenda penale.

Il pubblico ministero, già nel novembre del 2016, aveva chiesto l’archiviazione in ordine all’ipotesi accusatoria di addestramento ad attività di terrorismo anche internazionale di stampo islamico estremista. In quella richiesta, il procuratore ammetteva la “costanza nel documentarsi e interessarsi a tematiche religiose estremistiche” da parte dell’indagato”, ma anche che il materiale probatorio “non ha fatto emergere elementi sufficienti per attribuirgli condotte penalmente rilevanti”. Ecco allora che “allo stato delle indagini non vi sono elementi di prova idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. Valutazione condivisa dal giudice qualche mese dopo, ma materialmente portata a conoscenza dell’interessato solo più di un anno dopo.

Hidri (difeso dall’avvocato Alberto Bova per quanto riguarda il penale), viveva regolarmente con la famiglia (moglie che “vestiva all’occidentale” e figli) a Vigarano Mainarda, dove svolgeva l’attività di imprenditore edile insieme al fratello. Era stato considerato  “persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”, la cui presenza in Italia avrebbe costituito “una minaccia per la sicurezza dello Stato e che possa agevolare, in vario modo, organizzazioni o attività terroristiche, anche internazionali”.

Secondo gli inquirenti, da almeno due anni prima, aveva iniziato a radicalizzarsi: si era fatto crescere la barba, aveva frequentato siti internet per visionare video della propaganda Isis, avrebbe perfino tentato la scalata al vertice del centro islamico di via Traversagno a Ferrara (circostanza però fortemente negata dai suoi membri che, anzi, poco lo conoscevano) e avrebbe avuto contatti con altri espulsi (il suo numero di cellulare era stato trovato nella rubrica dell’imam radicale Memishi Rexhep, coinvolto in una serie di arresti in Macedonia per arruolamento di miliziani dell’Isis nell’agosto del 2015).

Bene: tranne fatti oggettivi (come la barba lunga) e perfino confermati da Hidri (come l’aver visto dei video di propaganda), non c’era nulla che potesse reggere un accusa in giudizio, d’altronde, per stessa ammissione degli inquirenti, non stava progettando attentati, ma l’espulsione è figlia solo di una “prognosi di pericolosità futura”, ovvero del sospetto.

Oppure, di “scarsi ed equivoci elementi” che ora potranno essere discussi davanti al tribunale amministrativo per decidere se revocare o meno l’espulsione: Hidri da ormai quasi due anni ha abbandonato tutto ciò che aveva a Vigarano, costretto – insieme alla famiglia – a doversi rifare una vita in Albania.

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