Goro
29 Marzo 2018
Lo Spi-Cgil di Ferrara sceglie Gorino, teatro dell’eccidio della Macchinina, come luogo da cui dare voce al tentativo di mettere in salvo i valori democratici minacciati dall’attualità

Eccidio della Macchinina: “Anche oggi segni premonitori del fascismo”

di Redazione | 4 min

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Goro. Lo Spi-Cgil di Ferrara sceglie Gorino – teatro dell’eccidio della Macchinina, che nel 1944 costò la vita agli operai Ernesto Alberghini, Luigi Cavicchini, Arrigo Luppi e Augusto Mazzoni e al parroco di Jolanda di Savoia don Pietro Rizzo, uccisi per rappresaglia dai fascisti ferraresi – come luogo da cui dare voce al disperato tentativo di mettere in salvo i valori democratici minacciati dall’attualità.

Questo il senso profondo della celebrazione in memoria dei caduti a Gorino, che ha riunito l’Amministrazione comunale, i rappresentanti sindacali promotori, ma anche l’Anpi, la curia e i famigliari delle vittime, portatori di ricordi e riflessioni toccanti.

Tra loro Luca Rossi, nipote di Arrigo Luppi, e Marianna Alberghini, nipote di Ernesto, che pronuncia il monito più duro leggendo una lettera immaginaria scritta al defunto nonno, immaginando “si stia rivoltando nella tomba, insieme a tutti i compagni che hanno perso la vita per ideali svaniti nel tempo. Qui le cose non vanno proprio tanto bene. Il male oscuro, quel nazifascismo che avete combattuto è ritornato in sella ad un drago alato: non capisco, la storia è una grande maestra ma gli alunni sono un vero disastro. La Costituzione, scritta con il vostro sangue non sempre viene applicata, mentre andiamo migliorando nelle barbarie, nella costruzione di armi e opere belliche, nascono partiti anticostituzionali che sono perfino al governo. I loro adepti strumentalizzano il disagio sociale fomentando odio e razzismo, insegnano a rintracciare nell’altro un costante nemico e nel diverso l’oggetto da eliminare”.

A Gorino Albergini non risparmia una dura ammonizione delle barricate: “Prigionieri della paura, un anno fa qui hanno alzato le barricate, un insulto all’esistenza. Hanno eretto un muro dell’indifferenza, che è il primo vestito che indossa un fascista, respingendo donne bisognose di asilo. Come madre e donna ho sentito un gran freddo al cuore. Caro nonno – scrive – qui dobbiamo tirarci su le maniche e ricominciare tutti insieme. Per evitare di rimanere intrappolati come vongole nel fango e nella sabbia, bisognerebbe diminuire il tasso di analfabetizzazione, promuovere la conoscenza”.

“Incertezza totale” rintraccia il sindaco Diego Viviani nell’Italia di oggi, in cui “le garanzie che oggi diamo per scontate non erano assolutamente tali ai tempi dell’evento funesto che ricordiamo oggi.  Non possiamo dimenticare – aggiunge – che godiamo di determinati privilegi grazie a chi ha dato la vita allora, e dobbiamo tenere viva una fiamma che pare affievolirsi, rinvigorendo ogni giorno la democrazia e trasmettendo ai giovani questi valori conquistati con fatica”.

Un ruolo, quello della trasmissione della memoria storica ai più giovani, di cui il sindacato Spi si sente investito e che coltiva quotidianamente, come ricordano i segretari provinciale e regionale Manuela Fantoni e Bruno Pizzica: “E’ una delle componenti fondamentali del nostro statuto e intendiamo farlo anche qui oggi, in un luogo che esprime non solo storia passata ma anche attualità, in un momento complicato in cui è importante mantenere la memoria di ciò che è stato”.

Caloroso, appassionato e amaro l’intervento di Vincenzo Soncini (Anpi Goro), che intreccia il passato con un presente a suo modo di vedere poco rassicurante. “L’uomo non ha imparato dal suo passato e le comunità che non prendono coscienza dalla propria storia sono destinate a ripeterla, come dimostrano le barbarie continuate tra il secolo scorso e quello attuale”.

“Ogni tempo ha il suo fascismo – dice poi, citando Primo Levi – e oggi si notano segni premonitori ovunque: oltre che con terrore e forza fisica, si può togliere ad un uomo libertà e dignità inquinando la giustizia, penalizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava l’ordine e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro e sul silenzio forzato di molti. Le conquiste democratiche non sono definitive: il rischio è di cadere nelle mani di demagoghi, che oggi già si spacciano per rappresentanti della gente comune, che appaiono come leader carismatici e sfruttano il loro ascendente per guadagnare potere spesso mentendo spudoratamente, sfidano le regole di comportamento stabilite facendo apparire le istituzioni come nemiche della volontà popolare da essi incarnata. La politica deve rispondere con fermezza e responsabilità alla paura e alla rabbia che li hanno portati al potere”.

Alla celebrazione hanno preso parte anche il vicario della Diocesi Ferrara-Comacchio don Massimo Manservigi e Davide Guarnieri, storico e ricercatore ferrarese che all’eccidio della Macchinina ha dedicato il volume “La libertà nel fiume”.

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