Spettacoli
30 Maggio 2026
In attesa del doppio show del Komandante al Parco Urbano, Stefano D’Orazio, l'ex frontman della band cult degli anni '90, racconta gli anni d'oro agli White Studio, l'amicizia con Roberto Vecchi e il Komandante e quel legame indissolubile con la città estense

I Vernice, Vasco e quel sogno nato a Ferrara: “Il Blasco ci disse: ‘Se non litigate, diventerete internazionali'”

di Mauro Alvoni | 4 min

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Ferrara si prepara a vivere una settimana storica. Il 5 e 6 giugno prossimi, la città sarà travolta dall’energia del doppio, attesissimo concerto di Vasco Rossi. Ma il legame tra il Blasco e la terra estense affonda le radici in un’epoca d’oro della musica italiana: gli anni ’90. In quel periodo, il fulcro della produzione musicale della regione erano gli White Studio di Ferrara, guidati fra gli altri da Roberto Vecchi (nativo di San Bartolomeo in Bosco, storico amico ed ex personal manager di Vasco). Proprio lì nacque grazie a Vecchi il fenomeno dei Vernice, la band capitanata da Stefano D’Orazio che scalò le classifiche nazionali e stregò lo stesso rocker di Zocca.

Stefano D’Orazio oggi

Oggi Stefano D’Orazio vive a Roma, ma ha vissuto per quasi otto anni tra Ferrara e il Lido degli Estensi. Lo abbiamo raggiunto per fare un viaggio nel tempo, tra aneddoti memorabili e il desiderio di tornare nella città che lo ha adottato.

Stefano, partiamo dal presente. Ad aprile è uscito il tuo nuovo album, “Grandi sogni”, anticipato dal singolo “Tutto il tempo”. Come sta andando?

“Devo dire che sta vendendo davvero bene. La risposta del pubblico è fantastica e in molti mi dicono: “Finalmente un album ben curato”. Ovviamente l’autore di testi e musiche sono io. C’è solo una piccola “maledizione” burocratica: devo continuare a firmarmi sempre “Stefano D’Orazio dei Vernice”, per via dell’omonimia con il compianto batterista dei Pooh”.

Facciamo un salto indietro. Negli anni ’90 eravate la band del momento, e il motore di tutto era a Ferrara.

“Assolutamente. Registravamo tutti i nostri dischi agli White Studio di Ferrara. Lì lavorava Roberto Vecchi, che ci ha scoperti e prodotti, insieme a uno dei più grandi bassisti viventi, il ferrarese Davide Romani, che ha suonato anche con noi. In quegli anni eravamo ovunque: televisione, radio, live continui. Ferrara per me è stata una seconda casa: ci ho vissuto per 7-8 anni tra il centro città e Lido degli Estensi. Mi ha fatto vivere un sogno”.

In quel sogno c’entrava, inevitabilmente, anche Vasco Rossi. Come vi siete conosciuti?

“Era il 1988, Vasco stava registrando l’album “Liberi Liberi”. Io ero già un suo grandissimo fan. Roberto Vecchi ci portò a Rimini per far ascoltare 3 o 4 nostri brani al discografico Giorgio Rocco. Quest’ultimo ci invitò a cena in un ristorante sulla strada per San Marino, il “C’era una volta”. Io non sapevo nulla. A un certo punto si presentò Vasco. L’emozione fu enorme, anche perché mi fecero sedere proprio davanti a lui. Parlando del nostro brano “Teddy”, mi disse che sembrava scritto come se stessimo parlando con lui. Poi andammo insieme in studio e ci diede moltissimi consigli. Ricordo anche una cosa simpatica: Vasco negli anni seguenti si lamentava con noi che il figlio, giovanissimo, ascoltava gli 883 e i Vernice, ma non le canzoni del padre. La stessa cosa è accaduta poi a me con mio figlio”.

Vasco ha sempre avuto un occhio di riguardo per voi. Che tipo di rapporto si era creato?

“Ci riempiva di complimenti. Lo incrociavamo spesso in discoteca o all’Aquafan di Riccione, dove all’epoca c’era Claudio Cecchetto. Vasco ci diede una benedizione e un avvertimento: “Se non vi mettete a litigare, come band potete fare quasi il mio tipo di musica, ma con un afflato internazionale”. Purtroppo non lo abbiamo ascoltato”.

Stefano D’Orazio in un’immagine degli anni ’90

Cosa accadde dopo il grande successo?

“Litigammo, come sanno tutti. Andavamo alla grandissima ma, invece di calcare i palchi, finimmo per calcare i tribunali per delle cose inesistenti. Così sono un po’ sparito dalla circolazione mainstream, anche se non ho mai smesso di fare serate e fare musica, come dimostra l’album “Ci vediamo all’inferno” del 2015 e quest’ultimo lavoro”.

La critica dell’epoca notò subito una forte urgenza rock simile a quella di Vasco. Era un’ispirazione cosciente?

“Vasco ti si attacca addosso un po’ come la febbre. Quando scrivo ho l’abitudine di pensare in modo “internazionale”, ma forse per via del mio timbro di voce le canzoni ricordavano il suo stile. C’è anche un altro motivo pratico: registrando a Ferrara con Roberto Vecchi, avevamo a disposizione quasi tutti i musicisti di Vasco. Qualcosa, inevitabilmente, ti si attaccava ai vestiti”.

Il 5 e 6 giugno Vasco sarà a Ferrara per due date storiche. Tu ci sarai?

“Sono anni che non vado a vedere un suo concerto. Ne ho visti tantissimi in passato, ma oggi è diventato difficilissimo trovare un biglietto o un pass, senza contare i miei impegni. Però ammetto che stavolta vorrei tanto esserci. Venire ai concerti a Ferrara avrebbe un significato immenso per me: sia per Vasco, sia per riabbracciare una città a cui sono legato da tantissimi amici e da ricordi meravigliosi”.

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