Ven 30 Set 2016 - 794 visite
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I genitori di Regeni: “Ucciso perché era un ragazzo del futuro”

La famiglia ricorda il figlio massacrato al Cairo da "tutto il male del mondo"

(foto di Alessandro Castaldi)

“Giulio è stato ucciso e torturato perché era un ragazzo contemporaneo del futuro. Aveva sviluppato delle competenze empatico-relazionali che accompagnavano le altre sue competenze logiche e cognitive: voleva dialogare e incontrare davvero le persone. L’Egitto non era pronto, e forse neanche l’Europa e gli altri Paesi dell’Occidente, a questo tipo di dialogo. Lui era andato oltre ed è morto. Vogliamo sapere il perché, il come l’abbiamo già capito: con la tortura”.

E’ un discorso accorto, a cuore aperto, quello che la madre di Giulio Regeni riserva al pubblico del festival di Internazionale. Un settimanale che Paola Deffendi e il marito Claudio dicono far parte della propria famiglia perché “abbiamo tutte le copie in casa, ce l’ha fatto conoscere Giulio quando andava ancora al liceo”. Lo stesso Giulio che poi è andato a studiare all’Università di Cambridge, che poi si è trasferito al Cairo per indagare i sindacati.

Da quella ricerca Giulio non è più tornato. E i suoi genitori si sono trovati “dall’altra parte di Internazionale”, ospiti del primo incontro del festival per chiedere “tutta la verità” sulla repressione, sparizione forzate e torture subite da loro figlio in Egitto a cinque anni dalla primavera araba. Una storia, quella rappresentata dallo striscione “Verità per Giulio Regeni” che campeggia davanti al palco, insidiata da una serie di depistaggi e violazione dei diritti umani. Una storia per certi versi simile a quella di Federico Aldrovandi, la cui madre Patrizia Moretti è presente tra il pubblico.

“Ringraziamo Internazionale per l’invito che ci permette di tenere alta l’attenzione sulla storia di Giulio, un ragazzo contemporaneo in cui i giovani si immedesimano perché, come lui, considerano tutto il mondo il loro paese – commenta papà Regeni -. Aveva 17 anni quando ha iniziato a viaggiare da solo, era molto interessato a conoscere culture diverse e a relazionarsi con le persone con profonda empatia e aperto dialogo. Il suo discorso è comune e interessa chiunque faccia piccoli passi verso il miglioramento generale del nostro mondo”.

La madre ripercorre poi tutte le ‘tappe’ della vicenda, da quella maledetta telefonata del 31 gennaio in cui gli è stato detto che suo figlio era scomparso all’annuncio della sua uccisione, dalla mobilitazione spesso assillante della stampa (“Ansa mi sembra ansia” rivela Claudia secondo la quale “la stampa è importantissima ma a volte si dimentica dell’aspetto umano”) al bisogno di difendere quel che rimaneva della propria famiglia.

Per “difendersi dalla quotidianità e continuare la lotta per la verità”, i Regeni hanno assunto Alessandra Ballerini, avvocato ed esperta di diritti umani, presente all’incontro per riepilogare tutto il percorso delle indagini, partendo dai depistaggi. “Il corpo di Giulio parla, è un corpo straziato e torturato con l’ulteriore oltraggio di averlo trovato nudo dalla vita in giù”. Insomma, l’ipotesi dell’incidente stradale avanzata dalla polizia egiziana non ha mai retto. Da quel momento se ne sono sentite di tutti i colori: “è una spia, è gay, è drogato”.

“Abbiamo smontato i depistaggi uno ad uno grazie alla resilienza di questa famiglia straordinaria – spiega l’avvocato Ballerini – ma non siamo ancora riusciti ad accedere al fascicolo di Giulio aperto dalla procura egiziana. Siamo comunque profondamente vicini al popolo egiziano: i genitori non hanno la benché minima rabbia nei loro confronti ma solo la tenacia che ti porta a chiedere la verità”.

Un bisogno di coraggio e giustizia ripreso più volte dalla giornalista egiziana Lina Attalah e dal senatore Luigi Manconi, presidente della commissione per i diritti umani, secondo cui “è stato fatto pochissimo per avvicinarsi alla verità per paura di rovinare i rapporti diplomatici. “La tutela dei diritti fondamentali della persona è sempre all’ultimo posto nelle relazioni internazionali e invece deve essere priorità tra le priorità” commenta Manconi che si lancia in un’analisi sul reato di tortura, necessario per dare un nome alla “mortificazione del corpo e annichilimento della personalità”. Quella tortura che è una parte di “tutto il male del mondo” che i genitori di Regeni hanno visto sul viso del figlio.

I GENITORI DI REGENI SUL PALCO DI INTERNAZIONALE

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