Cronaca
13 Marzo 2012
Depositata la super perizia sulle responsabilità di cda e certificatori

Coopcostruttori, tutte le risposte

di Marco Zavagli | 4 min

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Il rischio di “imprese senza padrone” è che i dirigenti “si preoccupino più dei loro vantaggi e del loro prestigio che non degli azionisti”. È quasi un giudizio morale la super perizia dalla quale potrebbero dipendere le sorti degli imputati nel processo Coopcostruttori.

I periti nominati dal tribunale, Claudio Gandolfo e Stefano Montanari, hanno depositato le proprie conclusioni maturate alla luce degli otto quesiti formulati dal giudice sulle responsabilità soggettive del crac dell’azienda argentana (vai all’articolo).

E nelle oltre 300 pagine che verranno discusse in dibattimento Gandolfo e Montanari non fanno sconti a nessuno. A cominciare dagli amministratori. Bastava osservare “l’andamento dei debiti finanziari, in particolare dal ’97”, per rendersi “conto della insostenibilità” della situazione. Una situazione che ha iniziato a scricchiolare già nel ’94, quando la società era già in crisi e che a partire dal 1997 vede “acuirsi gli effetti di questa difficoltà che portano alla completa dissoluzione del patrimonio nel 1998”.

Quanto ai criteri di valutazione del bilancio, Coopcostruttori, anche in rapporto con altre cooperative del settore vedeva seguire “prassi difformi”. L’alterazione dei bilanci – per quanto riguarda le valutazioni contabili – “erano intuibili da un fruitore qualificato”, non a un profano: i soci, i piccoli fornitori o investitori non professionali non potevano, diciamo, leggere tra le righe.

La perizia si ferma quindi sul falso in bilancio, per il quale sono “state superate tutte le soglie di punibilità”. Quanto invece alla possibilità continuità aziendale, era “impossibile pensare che la società avrebbe potuto rialzarsi da sola. Ma anche un eventuale intervento esterno, a partire dagli anni ’97-’98, “appariva estremamente gravoso, lungo e rischioso”.

Se si valuta inoltre il fine mutualistico dell’azienda, i periti sottolineano come “un’impresa, sia cooperativa che capitalistica, non può per alcun motivo trascurare l’obiettivo dell’assoluta economicità della gestione”. E invece “Coopcostruttori ha goduto sino alla fine di un sostegno incredibile da parte dei suoi soci, che hanno accettato condizioni inimmaginabili in un’impresa capitalistica, e di relazioni sociali e “politiche” che le hanno consentito di godere del merito creditizio anche quando i bilanci, seppure “abbelliti”, mostravano per un operatore qualificato, palesi segnali del dissesto in atto”.

Le cause del dissesto vengono individuate nella “scarsa o nulla marginalità nell’acquisizione dei cantieri”, nell’”inefficienza e rigidità nella gestione del fattore lavoro”, allo “squilibrio finanziario e patrimoniale”.

Dall’inizio della crisi, nei primi anni ’90, Coopcostruttori ha scelto di “lavorare in perdita, sperando poi di riprendersi”. Ma non ce l’ha fatta. Era ormai quella che il commissario straordinario Nigro definì “una locomotiva lanciata a forte velocità verso un muro”.

E gli amministratori erano in grado di rendersi conto che la società si reggeva su artifici contabili? Qui il giudizio oltrepassa gli schemi di tabelle e numeri, per considerare come in “un’azienda grande, socialmente influente” come quella argentana “perdere o semplicemente ridimensionare quello status per i vertici aziendali avrebbe significato inevitabilmente perdere potere e consenso”.

Quanto alla discrezionalità di bilancio, questa non può spingersi “al punto di violare” i principi stessi del bilancio di “prudenza, competenza, inerenza e di correlazione costi-ricavi”. In particolare il “principio cardine della “prudenza” è stato “ripetutamente violato”.

Un discorso a parte è riservato alle banche, che “avrebbero potuto e dovuto intervenire tempestivamente nell’erogazione del credito, evitando che il dissesto assumesse le dimensioni raggiunte”.

Vengono quindi i revisori. Molti profili rientrano tra “gli errori professionali”. Anche se “le problematiche legate alle riserve tecniche, ai relativi interessi di mora e ai riscontri attivi avrebbero dovuto comportare prese di posizione più rigide”. Il giudizio poi si fa più severo nello specifico delle riserve tecniche inserite nel bilancio ’97, dove riserve per oltre 50 milioni di vecchie lire, pari all’80% del patrimonio netto residuo, “non hanno fondamento o risultano precontabilizzate”. Di questo non vi è traccia nella relazione di bilancio: “sembra difficile –scrivono i periti – poter ipotizzare che tale omissione possa rientrare nell’area della plausibilità tecnica o dell’errore professionale”.

In sintesi, per ogni bilancio a loro sottoposto i revisori avrebbero dovuto esprimere “un giudizio avverso o in via subordinata dichiarare l’impossibilità di esprimere un giudizio”. Basti pensare che potrebbe risultare rilevante a livello penale “una falsità o omissione che comporti una variazione al patrimonio netto superiore dell’1%”. Le eccezioni esposte dalle società di revisione nelle loro relazioni avrebbero comportato, se recepite dalla Coopcostruttori, “variazioni negative tra il 24,67% (1999) e il 39,06% (1994)”.

Una “non certificazione” avrebbe inoltre tutelato anche i soci, per l’impossibilità di sottoscrivere azioni di partecipazione cooperativa.

Quanto alle emissioni di Apc, Gandolfo e Montanari evidenziano come il cda, al fine di giustificare nuove emissioni, abbia fornito all’assemblea “notizie non veritiere sugli investimenti fatti”.

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