Cronaca
5 Marzo 2012
Depositate le motivazioni dell’appello di “una vicenda che ha dell’incredibile”

Stuprò la moglie con un coltello alla gola

di Marco Zavagli | 3 min

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Hanno seguito il caso per dieci anni e ora le motivazioni della sentenza di appello regalano loro la soddisfazione personale e professionale “per un caso che ci siamo prese a cuore, trattandosi di una vicenda che ha dell’incredibile”. Loro sono l’avvocato Cinzia Rizzatello, che ha seguito la vicenda dal profilo penale, e l’avvocato Barbara Colombari che si è occupata dei risvolti civilistici. La loro assistita – protagonista involontaria di questa vicenda incredibile – è una donna cubana che oggi ha 40 anni.

Circa dieci anni fa conosce nell’isola natale il futuro marito, un ferrarese classe ’49, in soggiorno nell’isola caraibica. Lui la sposa e la porta in Italia con sé. Insieme hanno avuto un bambino, che all’epoca dei fatti aveva appena tre anni.

Il matrimonio però si rivela presto tutt’altro che idilliaco per la ragazza. Come denuncerà in seguito, dal marzo 1996 al febbraio ’98 sarebbe rimasta vittima di gravi maltrattamenti. A cominciare da offese pesanti e percosse per finire con la segregazione in casa e la violenza sessuale.

Quest’ultimo episodio la vide subire un rapporto sessuale contro la sua volontà dietro la minaccia di un coltello alla gola. Solo allora la donna trovò la forza di scappare di casa e rivolgersi a Caritas e servizi sociali. Per quei fatti il 62enne venne condannato nel luglio 2002 a tre anni e sei mesi.

In aula lui ammise solo di averle dato qualche schiaffo, perché ossessionato dal fatto che lei lo potesse tradire. Tanto che dopo la prima separazione l’aveva convinta a tornare a casa redigendo un decalogo delle cose da non fare più per non farle subire altri patimenti. Al cugino– anche questo emerso in dibattimento – confidò, vantandosene, di averla brutalizzata.

Forte di quella sentenza la donna chiese, e ottenne, il divorzio. In mezzo si inseriscono le mille difficoltà per incontrare il bambino. Quando ci fu la separazione, prima quindi della condanna e del successivo divorzio, il minore venne affidato in un primo momento ai servizi sociali, dal momento che la donna non era in grado di provvedere a se stessa dal punto di vista economico, poi al padre. “Che però impediva gli incontri con la madre”, come spiegano Rizzatello e Colombari, precisando comunque che “l’uomo non si è mai reso protagonista di fatti censurabili nei confronti del figlio”. Che si sarebbero dovuti tenere per tre giorni alla settimana. “È stato quindi necessario ricorrere al tribunale dei minorenni di Bologna, che ha preso misure idonee per garantire le visite regolari”. Una volta intervenuto il divorzio il bimbo finirà presso la zia paterna.

Ora sono arrivate le motivazioni della sentenza di secondo grado, emessa in novembre e depositata di recente. La prima sezione penale della Corte di Appello di Bologna, nonostante la richiesta di assoluzione per insufficienza di prove avanzata dal procuratore generale, ha confermato i tre anni e mezzo. Oltre all’interdizione dalla tutela e curatela del minore e al risarcimento danni nei confronti dell’ex moglie.

Ora lei si è risposata e ha iniziato una nuova vita e continua a vedere il figlio “in ambiente protetto”. “Molto han fatto Caritas e servizi sociali” assicurano le legali. E molto anche le due avvocate, che in una decade hanno raccolto fascicoli su fascicoli “tanto da riempire un armadio intero”. E tutto dietro patrocinio gratuito.

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