Cento. Così fan tutti. L’aula di giustizia diventa per un giorno il confessionale di un medico prestato alla politica. Un uomo che esce dalla scena amministrativa con un’eredità fatta di imputazioni per istigazione alla corruzione e minacce. È il giorno di Flavio Tuzet, l’ex sindaco di Cento. Tocca a lui, imputato assieme all’ex consigliere di Rinascita Centese Alessandro Gennari e all’imprenditore Marco Ferrari, vicino agli ambienti dello stesso gruppo politico, parlare davanti ai giudici.
E lo fa a modo suo, sopra le righe. Forse fin troppo. Tuzet con un candore disarmante descrive quello che per lui era la normalità della politica: affari, favori, poltrone.
“Ci sono i posti della Fondazione Patrimonio Studi, dove su cinque consiglieri tre sono di nomina politica spettante al Comune, c’è la Cmv… Si decide a chi darli, come penso facciano tutti”. Queste alcune delle “confessioni” dell’ex sindaco davanti ai giudici (presidente Giorgi con a latere Rizzieri e Attinà). Alle domande del pm Nicola Porto, poi, sulle voci di compravendite di consiglieri in occasione del voto sul bilancio del marzo 2008, risponde scrollando le spalle: “da sempre giravano”. E va oltre: “Paolo Matlì (oggi coordinatore comunale del Pdl, all’epoca in forza ad Alleanza nazionale, ndr) mi disse dopo pochi mesi dal mio insediamento che poteva farmi cadere quando voleva, perché aveva 270mila euro a disposizione per corrompere sei consiglieri di maggioranza”.
Dichiarazioni che lasciano di stucco lo stesso tribunale. “Questo è l’ambiente in cui mi sono venuto a trovare – sembra quasi giustificarsi Tuzet -; io ho solo cercato di evitare il commissariamento del Comune, perché sarebbe stato ancora peggio per Cento”.
L’esame tocca poi l’ex consigliere Antonio Baroni (il grande accusatore che denunciò ai carabinieri il presunto tentativo di corruzione operato nei suoi confronti per far cadere Tuzet nel marzo del 2008). “Mi diceva che eravamo seduti sopra una montagna d’oro e che bastava allungare la mano per prenderlo. In quei giorni mi disse che era stato avvicinato per votare contro il bilancio. Aggiunse che gli offrirono 20mila euro, ma che lui ne valeva almeno 50mila. Chiese del denaro anche a me”.
Baroni otterrà una poltrona alla Patrimonio studi e successivamente nel collegio della Fondazione Zanandrea. “Incarichi non di responsabilità, ma di mera visibilità”, puntualizza Tuzet. “In quel momento i consiglieri non erano retribuiti – prosegue -; solo dopo votarono per avere una remunerazione di, mi pare, 600 euro mensili”.
Il racconto della malapolitica centese continua senza censure. “Si andava avanti a ricatti – allarga le braccia l’imputato -. E bisognava accettare. Non credo che sia una cosa tanto strana, nei Comuni è la normalità”.
Viene poi il capitolo Adriano Orlandini. L’avversario di Tuzet al ballottaggio da capofila del centrosinistra diventerà l’uomo che lo salverà dal commissariamento con il suo voto favorevole. Dopo il rimpasto ricoprirà la carica di presidente del consiglio comunale (“incarico retribuito con circa 1000/1500 euro al mese”), “proprio in funzione del suo voto favorevole” ammette Tuzet, salvo poi correggere il tiro e aggiungere che “con lui si era fatto un più ampio discorso politico per iniziare un nuovo corso”.
Dopo l’ex sindaco tocca a Gennari: “non ho mai offerto denaro a Baroni”, precisa, confermando a sua volta anche il discorso dei 270mila euro di Matlì: “ne parlò addirittura in un’assemblea pubblica”. Poi torna su Baroni, svelando che “mi disse che aveva in mano l’assegno da 20mila euro, un assegno che proveniva da Milena Cariani, presidente della Fondazione CariCento”. Milena Cariani, sentita come teste, dirà invece di non conoscere nemmeno Baroni.
Il terzo imputato, Marco Ferrari, ha a sua volta negato di aver mai offerto soldi a Baroni.
La prossima udienza si terrà lunedì prossimo, quando verrà sentito come testimone il senatore Alberto Balboni.
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