Cronaca
2 Aprile 2011
Sfilano davanti al giudice gli operai abituati a “pane e cooperazione”

Il tradimento di un ideale

di Marco Zavagli | 3 min

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Umiliati e offesi. Senza scomodare Dostoevskij si può tranquillamente toccare con mano la delusione e la tristezza delle vittime del crac Coopcostruttori. Se a decidere se lo sono anche dal punto di vista giuridico, sarà il processo in corso per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Dal punto di vista umano, invece, ieri una sentenza è già stata scritta.

A redigerla, parola per parola, sono state le testimonianze delle parti civili. Di chi ha perso nel baratro del fallimento tutti i propri risparmi. Di chi si sente umiliato, come Valentino Piazzi, investitore in Apc, che piange per la vergogna di essersi fidato e ancora oggi non ha remore a dire che “anche se avessi saputo che la cooperativa era in difficoltà, io avrei sentito l’obbligo morale di lasciare lì i miei soldi”. Di chi si sente offeso nella propria dignità perché, come la famiglia Cavalieri d’Oro, ha visto sparire anche il denaro dell’assicurazione arrivato come risarcimento della morte di un proprio congiunto, un ragazzo di 22 anni, deceduto in un incidente stradale nel ’91.

Sono loro le vittime umane della vicenda Coopcostruttori. E uno dopo l’altro, davanti al giudice Caruso, rico0rdano come “ci avevano detto che era più sicura di una banca”, che “la Coopcostruttori non sarebbe mai potuta fallire”, e che “comunque dietro c’era la Lega e anche  il partito”.

E a proposito di partito in aula viene chiamato anche Stefano Lolli del “Carlino”. In un’intervista del 2007 Donigaglia gli confidò di aver dato cifre ingenti agli eredi del Pci. Tanto che, secondo alcuni, con quei soldi si poteva forse evitare la caduta libera dell’azienda argentana.

Se tutto quel denaro non è quantificabile, di certe ci sono le somme perse dagli operai che vivevano a “pane e cooperazione”, che avevano depositato tutti i loro risparmi in piazza Mazzini (i testimoni hanno parlato di cifre dai 10mila euro per la dote della figlia ai 400mila euro di patrimonio di un’intera famiglia). Fidandosi di chi, come “Renzo Ricci Maccarini, anzi ‘Renzino’ come lo chiamavo, mio compagno di scuola – racconta Valentino Piazzi -, mi assicurava che lì erano come in cassaforte”.

E anche dopo il fallimento, dopo l’annus horribilis del 2003, c’era ancora chi non aveva perso la fiducia in “mamma cooperativa”. Come la madre di un lavoratore che vi aveva investito i soldi del lavoro agrario di una vita. “Era l’ottobre 2003 – raccontava il figlio Giuliano Banzi in aula  -, tornai a casa e vidi mia madre, 88 anni, piangere. Aveva incontrato Giovanni Donigaglia. Le aveva assicurato che a costo di fare follie lei avrebbe riavuto tutti i suoi soldi. Il babbo, invece, saputo del fallimento smise di parlare di soldi. Non ne parlò mai più”.

La sentenza morale emerge anche dalle parole degli avvocati di parti civile Claudio Maruzzi, Carmelo Marcello, Gabriella Azzalli e Domenico Carponi Schittar, difensori di 32 parti civili, che sottolineano come “è emerso in modo emotivamente molto forte il colossale tradimento dell’ideale cooperativo che ha segnato l’esistenza di varie generazioni di argentani. Un vero e proprio tormento per chi ha sempre creduto nella cooperazione. Gli ideali, per tutti, sono fari che illuminano il cammino degli uomini: quando vengono così spudoratamente vilipesi, la luce si spegne e l’uomo perde i suoi riferimenti di vita. La rabbia e le lacrime che oggi le vittime del crac hanno espresso davanti ai giudici non si potranno facilmente dimenticare”.

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