A Ferrara un infarto su cinque viene trattato tardivamente. Il dato arriva direttamente dal Sant’Anna, grazie a un’indagine effettuata dal 1 novembre 2009 al 30 aprile 2010 su 152 casi di infarto miocardico acuto, giunti in ospedale tramite 118, presentazione spontanea al pronto soccorso, medico di guardia di cardiologia o altra via.
I relativi dati non erano ancora noti. A dare alla stampa i risultati di questo audit è Valentino Tavolazzi. Il consigliere comunale di Progetto per Ferrara li comunica attraverso una lettera, senza fornire però le tabelle o il report completo. Senza aver la possibilità di verificarli di prima mano, non ci resta anche attendere la eventuale e futura replica delle aziende sanitarie.
Nell’attesa, ecco le valutazioni che gli specialisti di Corso Giovecca avrebbero messo nero su bianco. A livello di protocollo generale, le linee guida prevedono che tutti i pazienti colpiti da infarto miocardico acuto siano sottoposti ad angioplastica coronarica entro due ore dal primo contatto medico o dalla lettura dell’elettrocardiogramma.
La ricerca avrebbe accertato che solo l’80,2% dei pazienti entrati nel percorso infarto acuto (Stemi) è arrivato in sala di emodinamica entro le due ore. Il 19,8%, uno su cinque, è stato trattato in un tempo superiore, “quindi – sottolinea Tavolazzi – con una efficacia sotto agli standard delle linee guida”.
Il momento più critico di un infarto acuto è la fase precoce, quando si avverte un dolore molto forte ed il rischio di arresto cardiaco è elevato. Il sistema territoriale di emergenza deve pertanto garantire “il trasporto veloce del paziente verso la struttura più appropriata”, come riporta la lettera citando l’Audit. “Il tempo è muscolo”, ribadisce lo staff di specialisti del Sant’Anna che ha condotto l’indagine, dunque “più precoce è l’inizio della terapia, maggiore è l’effetto benefico del trattamento”.
Due le considerazioni che ne trae Progetto per Ferrara. Da una parte “la ‘struttura più appropriata’ per il trattamento dell’infarto acuto (ospedale idoneo), deve essere il più vicino possibile al baricentro della popolazione utente”; dall’altra “il tempo di rientro in ospedale delle ambulanze è strategico: spostando l’ospedale a Cona, allontaniamo dalla città (baricentro) la struttura più appropriata ed allunghiamo, per buona parte della popolazione, i tempi di rientro delle ambulanze”.
Per affermare che “il tempo è una variabile strategica” Tavolazzi si fa forte delle stesse considerazioni dell’Audit: “la gestione dei pazienti in ospedale deve essere rapida” al punto che i candidati al trattamento di angioplastica “dovrebbero essere inviati direttamente alla sala di emodinamica, bypassando il pronto soccorso”. Purtroppo l’indagine ha accertato che solo il 50% dei pazienti è passato direttamente dall’ambulanza alla sala di emodinamica (20% sotto lo standard delle linee guida)”.
“E’ interessante notare – prosegue il consigliere – che su 152 ricoveri per infarto acuto, il 63,8% è giunto con il 118, ma il 24,3% (37 casi) si è presentato spontaneamente. Quasi un paziente su quattro, che, dovendo recarsi in futuro a Cona, impiegherà più tempo nelle maggioranza dei casi”.
Altra curiosità: la maggior parte dei pazienti ricoverati (62,4%) accede alla sala emodinamica al fuori degli orari di apertura (8.30-18). “Ciò significa – suggerisce Tavolazzi – che per il trattamento essi hanno dovuto attendere altro tempo per l’arrivo del personale medico reperibile, ancorché siano giunti in sala entro le due ore. E’ incredibile che l’emodinamica non sia sempre pronta all’arrivo del paziente”.
Infine l’Audit su 151 pazienti, ha accertato 3 decessi in pronto soccorso, 6 durante il ricovero e 3 dopo la dimissione. “Per questi sfortunati non si è giunti in tempo – conclude il leader di Ppf -. A Cona diminuiranno o aumenteranno i decessi? La parola ai direttori (delle due aziende sanitarie, ndr)”.
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