di Andrea Ferrari*
Abbiamo letto in questi giorni alcune prese di posizione davvero nette e frettolose nei confronti dell’evento del Festival delle Città Identitarie, perciò è utile riportare il dibattito su un piano reale, lasciando da parte polemiche sterili.
Non stupisce più di tanto, ma certo dispiace che una parte politica della città evidentemente con la memoria corta, critichi un evento culturale, senza nemmeno prendersi la briga di guardare il programma e comunque prima ancora che questo venga proposto al pubblico.
Il Festival ha lo scopo di valorizzare le figure che fanno parte dell’identità ferrarese e per questo ha scelto di inserire insieme alle altre anche Italo Balbo, non solo per l’evidente e innegabile legame tra questa figura storica e la città, ma anche perché questo legame era già stato affrontato in passato grazie ad un evento culturale a cura dell’Istituto di storia contemporanea che risale addirittura al 2018 e che vide il plauso dell’allora Sindaco Tiziano Tagliani.
In quell’anno infatti a Ferrara venne aperto al pubblico il fondo documentario dedicato a Italo Balbo, ricomposto grazie ad una donazione della famiglia di Paolo Balbo, figlio del gerarca. Questo precedente indurrebbe a pensare che Ferrara avesse già affrontato e compreso questo passaggio della propria identità storica, ma a giudicare dalle accuse sollevate non è così.
Leggo che a parlare della Ferrara del ‘900 sarà uno di più importanti intellettuali italiani, saggista e studioso del ventennio fascista Giordano Bruno Guerri, figura di grande statura e indubbia imparzialità che non può essere sospettata di voler riabilitare la figura del gerarca.
Sono certo che la sua competenza saprà dare alla presentazione delle figura di Balbo la giusta dimensione storico culturale. Sarei a questo punto molto curioso di sapere cosa ne pensano in merito a questa scelta tutti coloro che hanno puntato il dito fino ad oggi contro l’evento senza evidentemente conoscerlo.
Oltre a questo sempre per togliere di mezzo i pregiudizi semplicemente utilizzando i dati di realtà: la figura del parroco antifascista Don Minzoni è stata portata al cinema grazie all’interpretazione di Stefano Muroni, attore e fondatore della filiera creativa Ferrara Città del Cinema, che sarà proprio su quello stesso palco per parlare dei grandi cineasti ferraresi.
Auspico che queste informazioni siano sufficienti a far comprendere quanto, a volte, sia fuorviante soffermarsi con superficialità sulle proposte, anche complesse o scomode, che un festival culturale propone. E quanto invece sarebbe importante partecipare agli eventi anzichè chiudersi nelle solite retoriche ancor prima di averli visti con i propri occhi.
*gruppo Consiliare Fratelli d’Italia
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