di Leonardo Fiorentini*
L’improvvida dichiarazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo cui «il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il codice penale, reca la firma di Mussolini», non può essere liquidata come una semplice curiosità storica.
Il Codice Rocco non è un dettaglio bibliografico. È il codice dello Stato etico fascista, costruito per affermare il primato dello Stato sui diritti della persona e per reprimere il dissenso politico. Se oggi viviamo in una democrazia costituzionale è perché la Repubblica, la Corte Costituzionale e il legislatore hanno passato decenni a correggere, smontare e superare quella cultura giuridica.
Del resto, mentre il ministro Nordio richiama con leggerezza il Codice Rocco, il Governo di cui fa parte ha promosso negli ultimi anni una serie di interventi normativi che, a partire dai decreti sicurezza, hanno introdotto criminalizzato le proteste non violente, irrigidito le sanzioni nei confronti delle manifestazioni del pensiero e ampliato il ricorso allo strumento penale nella gestione del conflitto sociale. Si tratta di processo culturale che riporta il diritto penale verso una funzione di controllo dell’opposizione e del dissenso, anziché di tutela dei diritti e delle libertà costituzionali.
Le parole del ministro Nordio sul Codice Rocco e quelle che da alcuni anni sentiamo a Ferrara su Italo Balbo raccontano un problema comune: una parte della destra italiana continua a guardare al fascismo con indulgenza e nostalgia, senza riuscire a compiere fino in fondo una scelta antifascista netta e coerente.
Da anni assistiamo al tentativo di separare Balbo dal fascismo, come se fosse possibile ricordare il gerarca senza ricordare il regime che contribuì a costruire. Ogni volta che qualcuno richiama le sue pesanti responsabilità politiche nella dittatura fascista, si risponde parlando delle trasvolate. È lo stesso meccanismo che oggi ritroviamo nelle parole di Nordio: si prende un simbolo del fascismo e lo si presenta come un elemento neutro della storia nazionale.
E così si definisce Italo Balbo una figura semplicemente “discussa”. Ma Italo Balbo è discusso perché fu uno dei principali dirigenti del fascismo, quadrumviro della Marcia su Roma, Governatore della Libia e primo protagonista della costruzione della dittatura. È questo che divide gli italiani. Per la precisione fra nostalgici del fascismo e antifascisti. Le sue imprese aeronautiche, quelle sì, sono una nota biografica.
Nessuno chiede di cancellare la storia. Al contrario, si chiede di raccontarla tutta. Perchè c’è una differenza enorme tra studiare il fascismo e guardarlo con indulgenza; tra conoscere il Codice Rocco come fondamento dello Stato Etico fascista e citarlo con compiacimento; tra analizzare la figura, certo complessa, del gerarca fascista Italo Balbo e trasformarlo in un simbolo identitario della nostra città.
*Consigliere comunale, Civica Anselmo
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