Ci sarebbe un insufficiente livello di idratazione dietro la morte di Francesca Branchini, 82 anni. È quanto emerso dalla perizia dei periti, un medico legale e un medico di medicina d’urgenza, entrambi di Ancona, nominati dal giudice Sandra Lepore per far luce sul decesso dell’anziana, avvenuto il 9 settembre del 2017, su cui hanno relazionato ieri (12 settembre) in aula.
In quella circostanza, la donna aveva accusato forti dolori all’addome e si era recata inizialmente all’ospedale di Cona. Qui le era stato consigliato un ricovero di osservazione, ma tornò a casa. Salvo poi tornare il giorno successivo, per il peggioramento della situazione, e venne ricoverata nella casa di cura, dove le venne diagnosticata una sub occlusione intestinale, con prescrizione di terapia farmacologia.
La situazione non migliorò, tanto che venne trasportata d’urgenza nuovamente a Cona, dove morì nel pronto soccorso circa mezz’ora dopo il suo arrivo.
Inizialmente era stato indagato anche il medico del pronto soccorso, che è stato assolto in rito abbreviato. A processo ora sono rimasti i tre sanitari, difesi dagli avvocati Claudia Pelà e Paolo Cristofori.
L’ipotesi dell’accusa – pm Ciro Alberto Savino – è che abbiano sottovalutato i sintomi ed effettuato una diagnosi non corretta. Secondo i consulenti del pm, infatti, la donna stava soffrendo per una occlusione intestinale, e non per una sub-occlusione, così come anche gli stessi periti nominati dal giudice hanno confermato nella loro relazione.
Oltre a comprovare l’errore di valutazione dello stato di salute della vittima però, nei loro accertamenti, i due esperti hanno anche appurato che la donna, durante la propria degenza, non sarebbe stata adeguatamente idratata, fino al sopraggiungere dell’infarto che l’avrebbe stroncata.
Al termine dell’udienza, il giudice ha rinviato al 30 novembre, quando si terrà la discussione.
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