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3 Novembre 2026

GHK-Cu, il peptide di rame tra cosmetica e laboratorio: cosa raccontano gli studi

(Foto di Nathan Rimoux)
di Redazione | 4 min

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Sulle etichette delle creme compare spesso con il nome di “Copper Tripeptide-1”. Nelle riviste scientifiche, invece, si chiama GHK-Cu. È lo stesso composto: un piccolo peptide legato a uno ione rame, studiato da oltre cinquant’anni e tornato di recente al centro dell’attenzione, complice la crescita del mercato dei cosmetici “attivi”. Ma che cosa dice davvero la ricerca, al di là delle promesse pubblicitarie?

Una scoperta degli anni Settanta

La storia comincia nel 1973, quando il biochimico statunitense Loren Pickart isola dal plasma umano un tripeptide formato da tre amminoacidi: glicina, istidina e lisina. Da qui la sigla GHK. La molecola ha una forte affinità per il rame e, legandosi al metallo, forma il complesso GHK-Cu, di un caratteristico colore blu.

Uno degli aspetti che ha attirato i ricercatori è che la concentrazione di GHK nel sangue tende a diminuire con l’età. Da questa osservazione è nata l’ipotesi, ancora oggi oggetto di studio, che il peptide possa avere un ruolo nei processi di rigenerazione dei tessuti.

Il GHK-Cu nei dati sperimentali

Gran parte della letteratura riguarda modelli cellulari e animali. Una rassegna pubblicata nel 2018 sull’International Journal of Molecular Sciences da Pickart e Margolina (PubMed) riassume i risultati su collagene, elastina, guarigione delle ferite e protezione dallo stress ossidativo, collegandoli ai dati di espressione genica. Secondo gli autori, il GHK è in grado di influenzare l’attività di un numero molto ampio di geni umani in vitro.

Lo stesso gruppo aveva già proposto, in un articolo del 2015 su BioMed Research International (PubMed), di considerare il peptide un modulatore di diverse vie cellulari coinvolte nella rigenerazione della pelle. È una lettura affascinante, ma va presa con cautela: i dati provengono in larga parte dagli stessi autori e da esperimenti in laboratorio, non da grandi studi clinici indipendenti.

Più di recente, un lavoro pubblicato nel 2023 sul Journal of Cosmetic Dermatology da Jiang e colleghi (PubMed) ha esaminato l’associazione tra GHK-Cu e acido ialuronico su fibroblasti e su campioni di pelle ex vivo, osservando un aumento del collagene di tipo IV. Anche qui, però, si parla di test di laboratorio e non di risultati misurati su persone nel lungo periodo.

Il nodo della penetrazione cutanea

C’è poi una questione tecnica che spesso sfugge a chi legge le etichette. Perché un principio attivo funzioni in un cosmetico, deve riuscire ad attraversare lo strato più esterno della pelle. Il GHK-Cu è una molecola idrofila e carica, caratteristiche che ne rendono difficile il passaggio.

Una revisione uscita nel 2025 sulla rivista Molecules (PubMed) si interroga proprio su questo: siamo pronti a misurare in modo affidabile quanto GHK-Cu, incapsulato in liposomi, penetri davvero nella pelle? Gli autori sottolineano che i metodi di misura non sono ancora standardizzati, e che questo rende difficile confrontare tra loro i diversi studi e le diverse formulazioni.

Un’altra rassegna, pubblicata nel 2020 su Aging Pathobiology and Therapeutics (PubMed), parla del GHK come di un potenziale peptide anti-invecchiamento, ma ricorda che il passaggio dai risultati in vitro alle applicazioni concrete richiede ancora molto lavoro.

Tra ricerca e mercato

Il risultato è un quadro a due velocità. Da una parte c’è l’industria cosmetica, che utilizza il GHK-Cu in sieri e creme e lo presenta spesso come un ingrediente “anti-età”. Dall’altra c’è la ricerca, che procede con maggiore prudenza e continua a studiare il peptide soprattutto in vitro, su colture di fibroblasti e cheratinociti o su modelli di guarigione delle ferite.

Per i laboratori che lavorano con il composto, la qualità del materiale è un aspetto decisivo. Il complesso rame-peptide deve avere un rapporto corretto tra i due componenti, e la purezza va verificata con tecniche analitiche come la cromatografia liquida (HPLC) e la spettrometria di massa. Contano anche la forma in cui viene fornito, di solito polvere liofilizzata, e le condizioni di conservazione, al riparo da luce e umidità.

Per questo i ricercatori tendono a confrontare con attenzione le schede tecniche dei fornitori europei di reagenti, come quella del peptide GHK-Cu disponibile su https://www.peptides-eu.net/it, che riporta i formati, le indicazioni di conservazione e la destinazione esclusiva all’uso di laboratorio, non al consumo umano.

Che cosa resta da chiarire

A oltre cinquant’anni dalla sua scoperta, il GHK-Cu resta uno dei peptidi più studiati nel campo della biologia della pelle, ma anche uno di quelli in cui la distanza tra laboratorio e uso quotidiano è più evidente. Le domande aperte sono molte: quanto principio attivo raggiunge davvero gli strati profondi della pelle, quali concentrazioni hanno un effetto misurabile, quali risultati si mantengono su persone e su periodi lunghi.

Per rispondere serviranno studi clinici più ampi, condotti da gruppi indipendenti e con metodi standardizzati. Fino ad allora, il GHK-Cu resta soprattutto ciò che era nel 1973: una molecola interessante da studiare, più che una soluzione già pronta.

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