Fino a pochi anni fa la strada che portava un cliente in studio era piuttosto prevedibile: un problema, una ricerca su Google, una lista di siti, qualche telefonata. Oggi in mezzo a quel percorso si è seduto un nuovo interlocutore, l’intelligenza artificiale, che risponde alle domande, riassume, consiglia e, a volte, fa nomi e cognomi. Abbiamo chiesto a Giacomo Cellini, Consulente Web Marketing e SEO, esperto di Marketing per Avvocati, di aiutarci a capire come muoversi in questo scenario senza farsi prendere né dal panico né dall’entusiasmo facile.
Partiamo dalle basi: che cosa sta cambiando nel modo in cui le persone cercano un avvocato?
«Per vent’anni il percorso è stato sempre lo stesso: la persona scriveva su Google qualcosa come “avvocato divorzista Forlì”, si trovava davanti dieci risultati, ne apriva tre o quattro e alla fine chiamava. Oggi quel percorso si è accorciato e, soprattutto, è cambiata la domanda. Le persone non scrivono più due parole chiave, raccontano il loro problema: “mio marito vuole separarsi, cosa succede alla casa che abbiamo comprato insieme?”. E quella domanda la fanno sempre più spesso a ChatGPT, a Gemini, a Perplexity, oppure la trovano già risolta in cima a Google, nelle cosiddette AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale.»
«Mi piace usare un’immagine. Prima Google era come una grande biblioteca che ti indicava gli scaffali: il libro te lo cercavi tu. Adesso è diventato un bibliotecario che il libro lo apre, ti legge il paragrafo che ti serve e, se va bene, ti dice da quale volume l’ha preso. Per un avvocato la partita si gioca tutta lì: essere il volume da cui il bibliotecario legge.»
Per uno studio legale è un problema o un’opportunità?
«Tutte e due le cose, e conviene dirlo con onestà. Il problema è che una parte delle persone trova la risposta direttamente nel riassunto e non clicca su nessun sito: è il fenomeno che chiamiamo “zero click”. Se il tuo sito viveva di articoli che spiegavano concetti generici, è probabile che una parte di quel traffico si stia già assottigliando.»
«L’opportunità è che chi viene citato dall’intelligenza artificiale guadagna una forma di autorevolezza molto forte. Se un utente chiede “come funziona l’assegno di mantenimento” e la risposta riporta come fonte lo studio di un avvocato di Cesena, quello studio entra nella testa della persona come “quello che sa”. E chi poi arriva sul sito dopo aver letto il riassunto è un contatto più informato e più motivato: non sta curiosando, sta valutando a chi affidarsi.»
«Il punto delicato è che la competizione si stringe. Prima c’erano dieci posizioni in prima pagina, adesso le fonti citate in una risposta dell’AI sono spesso due o tre. È come passare da un concorso con dieci vincitori a uno con il podio e basta.»
Si sente parlare di GEO. Di che cosa si tratta e perché dovrebbe interessare a un avvocato?
«GEO sta per Generative Engine Optimization, cioè l’ottimizzazione per i motori generativi: ChatGPT, Gemini, Perplexity, le AI Overviews e la modalità AI di Google. Se la SEO tradizionale serve a farsi trovare, la GEO serve a farsi citare. Non è un’alternativa alla SEO, ne è il proseguimento naturale: le basi restano le stesse, cambia il modo in cui i contenuti vengono letti e riutilizzati.»
«La differenza principale è questa: un motore generativo non legge una pagina dall’inizio alla fine come farebbe una persona. La spezzetta in blocchi e va a pescare il paragrafo che risponde meglio alla domanda. È un po’ come chi va in biblioteca con le forbici: non si porta a casa il libro, ritaglia la pagina che gli serve. Quindi ogni sezione del sito deve stare in piedi da sola, rispondere a una domanda precisa e farlo subito, nelle prime righe, senza giri di parole.»
«Ci sono anche studi accademici che hanno provato a misurare cosa funziona. Una ricerca pubblicata nel 2023 da un gruppo di ricercatori di Princeton e di altre università, quella che ha di fatto dato il nome alla GEO, ha osservato che i contenuti con dati verificabili, citazioni di fonti autorevoli e spiegazioni chiare tendono a essere ripresi più spesso dai motori generativi. Per un avvocato è quasi una buona notizia: citare norme, sentenze e fonti ufficiali è già il suo mestiere.»
In pratica, che cosa dovrebbe cambiare sul sito di uno studio legale?
«La prima cosa che vedo spesso è la pagina “Servizi” con un elenco puntato: diritto civile, diritto di famiglia, diritto del lavoro, recupero crediti. Per l’intelligenza artificiale una pagina così è come un biglietto da visita visto da lontano: si capisce che sei un avvocato, ma non si capisce in cosa sei bravo. Ecco gli interventi da cui partirei.»
- Una pagina per ogni area di attività. Separazioni e divorzi, successioni, licenziamenti, incidenti stradali: ogni area merita una pagina dedicata che spieghi a chi si rivolge, quali problemi risolve e come si svolge il lavoro.
- Le domande vere dei clienti. Le domande che vi fanno in studio sono le stesse che le persone scrivono ai chatbot. Raccoglietele per un mese e trasformatele in contenuti: ogni domanda un titolo, ogni risposta un paragrafo chiaro.
- Chi scrive, e perché ne sa. Ogni contenuto dovrebbe essere firmato, con una biografia dell’autore, l’anno di iscrizione all’Ordine, le aree di specializzazione. Google e i motori generativi danno molto peso ai segnali di esperienza e competenza.
- I dati strutturati. Sono informazioni nascoste nel codice del sito che descrivono lo studio alle macchine: chi siete, dove siete, cosa fate. Pensatele come una carta d’identità scritta in una lingua che i motori di ricerca leggono al volo.
- Coerenza ovunque. Nome dello studio, indirizzo e telefono devono essere identici sul sito, su Google, sugli elenchi professionali e sui social. L’intelligenza artificiale incrocia le fonti: se trova versioni diverse, si fida meno.
C’è però un tema delicato: un avvocato non può fare pubblicità come un’azienda qualsiasi.
«Esatto, ed è giusto così. Il Codice deontologico forense consente all’avvocato di dare informazioni sulla propria attività, ma pretende che siano veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non comparative e rispettose del segreto professionale. Niente “il miglior divorzista della Romagna”, niente promesse di risultato, niente nomi di clienti.»
«La cosa interessante è che l’intelligenza artificiale premia proprio questo tipo di comunicazione. I motori generativi cercano contenuti che spiegano, non slogan. Uno studio che pubblica una guida chiara su come funziona una successione senza testamento ha molte più probabilità di essere citato rispetto a uno che scrive “affidati ai professionisti”. In altre parole, il contenuto che informa batte il contenuto che urla. E per un avvocato informare in modo corretto non è un limite: è esattamente quello che la deontologia gli chiede.»
E l’avvocato può usare l’intelligenza artificiale per scrivere i propri contenuti?
«Sì, come assistente. No, come autore. L’AI è utilissima per fare una scaletta, sistemare un testo, trovare un titolo più chiaro o semplificare un passaggio troppo tecnico. Ma va trattata come un praticante molto veloce e molto brillante che però non ha ancora passato l’esame: tutto quello che produce va riletto, verificato e firmato da chi ne risponde.»
«I rischi sono concreti. Il primo sono le cosiddette allucinazioni: l’AI a volte inventa riferimenti normativi o sentenze con una sicurezza disarmante. Il secondo è l’omologazione: se tutti gli studi usano lo stesso strumento con le stesse domande, i siti finiscono per dire tutti le stesse cose con le stesse parole, e un contenuto uguale a mille altri non ha motivo di essere citato. Il terzo, il più serio, riguarda la riservatezza: mai inserire nei chatbot dati o documenti dei clienti.»
«Aggiungo che in Italia il quadro normativo si sta muovendo. La legge nazionale sull’intelligenza artificiale approvata nel 2025 prevede, tra le altre cose, che i professionisti informino i clienti quando utilizzano strumenti di AI nello svolgimento della prestazione. Su questo ogni avvocato saprà valutare meglio di me, ma è un segnale chiaro: la trasparenza sull’uso dell’AI sta diventando parte del rapporto di fiducia.»
Quanto contano ancora la scheda Google e le recensioni?
«Moltissimo, forse più di prima. Quando una persona chiede “un avvocato del lavoro a Ferrara”, l’intelligenza artificiale va a guardare anche le schede Google Business Profile, le recensioni, le categorie scelte, le foto. Le recensioni sono il passaparola digitale: un tempo il cliente soddisfatto ne parlava al bar, oggi lo scrive online, e quelle parole finiscono nei riassunti dei chatbot.»
«Ovviamente anche qui valgono le regole deontologiche: niente recensioni false, niente scambi o incentivi. Si può però chiedere, con garbo, ai clienti soddisfatti di lasciare un parere. E bisogna rispondere alle recensioni, anche a quelle negative, con grande attenzione: una risposta non deve mai rivelare dettagli della pratica, nemmeno per difendersi.»
Quanto tempo serve per vedere risultati?
«Qui voglio essere molto chiaro, perché è dove si creano le aspettative sbagliate. Lavorare sulla visibilità nei motori di ricerca e nei motori generativi è un investimento di medio periodo. Non è un interruttore che si accende il lunedì e il venerdì squilla il telefono. Di solito i primi segnali concreti arrivano tra i sei e i dodici mesi, a seconda della concorrenza nella zona e nell’area di attività.»
«È un po’ come piantare un ulivo, per restare dalle nostre parti: i primi anni sembra non succedere niente, poi dà frutti per molto tempo. Chi ha bisogno di contatti nell’immediato può affiancare campagne a pagamento su Google, che funzionano più come un rubinetto: aperto porta acqua, chiuso smette. Le due strade non si escludono, anzi, insieme lavorano meglio.»
Se dovesse dare tre consigli a un avvocato che vuole iniziare oggi?
«Il primo: scegliete un’area e presidiatela. Un avvocato che prova a farsi trovare per tutto rischia di non farsi trovare per niente. Meglio essere il riferimento per le successioni in provincia che uno dei tanti per “diritto civile”.»
«Il secondo: scrivete le risposte che date già a voce. Ogni giorno in studio spiegate le stesse cose a persone diverse. Quelle spiegazioni sono oro, perché sono esattamente ciò che le persone chiedono all’intelligenza artificiale. Basta metterle per iscritto in modo ordinato.»
«Il terzo: misurate. Chiedete a ogni nuovo cliente come vi ha trovato e aggiungete tra le risposte possibili anche “ChatGPT” o “un assistente AI”. Molti studi resteranno sorpresi. E senza dati è impossibile capire dove investire tempo e budget.»
Un’ultima domanda: l’intelligenza artificiale sostituirà il rapporto tra avvocato e cliente?
«No, e credo che chiunque lavori con i clienti lo sappia bene. L’AI può spiegare a una persona come funziona una separazione, ma non può guardarla negli occhi, capire che cosa la preoccupa davvero e costruire una strategia sulla sua storia. Quello che cambia è il punto di partenza: il cliente arriverà in studio sapendo già qualcosa, a volte sapendo qualcosa di sbagliato. Il compito del marketing, oggi, è fare in modo che, quando quella persona inizia a informarsi, incontri presto il vostro nome. E che, quando decide di chiamare, abbia già una buona ragione per scegliere voi.»
Chi è Giacomo Cellini
Giacomo Cellini è consulente SEO e Web Marketing. Affianca aziende e professionisti nella crescita della visibilità online, dalla SEO tradizionale alla GEO, l’ottimizzazione per i motori di intelligenza artificiale, fino alle campagne advertising e alla realizzazione di siti web. Lavora con clienti in tutta Italia.
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